Come spesso succede, con i suoi caratteristici toni da franco tiratore, Franco Ziliani ci pone all’attenzione un tema scottante (qui), quello degli adittivi usati in enologia (reg. UE ). Come sempre, per non fare di ogni erba un fascio, e non cadere in eccessi populistici, secondo me bisogna distinguere fra chi froda e chi segue la legge. E’ vero che gli adittivi ammessi sono moltissimi e anche molto usati, e non esiste obbligo di menzione in etichetta, tranne che "contiene solfiti" recentissimamente introdotto per legge. E’ vero che, se si usano, è perché si pensa che aggiungano qualità ad un certo prodotto. E’ vero però anche che far passare l’idea che si possa far divenire un "brocco" un "purosangue" solo con la tecnica e la chimica non è giusto, sopratutto NON E’ VERO, come sa bene chi lavora con il vino.
E’ però vero che la questione non è secondaria, la gente può essere indotta a pensare che un vino non contenga nessun adittivo (vedi questione solfiti, dove la maggior parte dei consumatori è caduita dalle nuvole forse non sapendo che essi sono alla base dell’enolgia, non solo quella moderna), mentre invece li ha. Oppure il contrario.

Allora qual’e’ la soluzione per uscire da questo probolema e da questa ipocrisia? Mi duole dirlo, ero contrario ed invece ancora una volta aveva ragione Antonio Tombolini, la soluzione è mettere in etichetta quello che si usa. Questo permetterà al consumatore di vedere la quantità di roba presente in moltissimi vini e poter decidere se acquistarli o meno, e scoraggerà certe anime belle ad astenersi dalla demagogia del vino del contadino e dal raccontare qualche balla!

Si farà? Io penso di no, perché troppo dirompente dare l’informazione, forse troppo imbarazzante. E poi, ovvio, dovrebbe essere una legislazione non solo italiana, nemmeno europea, ma mondiale per non creare false illusioni sui vini che non contenessero le informazioni, come è successo qualche volta per i solfiti, nelle more dell’entrata a regime della norma che ne riporta l’obbligatorietà in etichetta.

Dirò di più, e questo magari interessa marginalmente il consumatore, la messa in etichetta di certi adittivi porterebbe forse a scoraggioare l’uso di quelli meno indispensabili, e forse tutto sommato inutili, come si potrebbe riscontrare nella realtà, facendo risparmiare anche qualche soldino alla categoria…



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E’ però vero che la questione non è secondaria, la gente può essere indotta a pensare che un vino non contenga nessun adittivo (vedi questione solfiti, dove la maggior parte dei consumatori è caduita dalle nuvole forse non sapendo che essi sono alla base dell’enolgia, non solo quella moderna), mentre invece li ha. Oppure il contrario.

Allora qual’e’ la soluzione per uscire da questo probolema e da questa ipocrisia? Mi duole dirlo, ero contrario ed invece ancora una volta aveva ragione Antonio Tombolini, la soluzione è mettere in etichetta quello che si usa. Questo permetterà al consumatore di vedere la quantità di roba presente in moltissimi vini e poter decidere se acquistarli o meno, e scoraggerà certe anime belle ad astenersi dalla demagogia del vino del contadino e dal raccontare qualche balla!

Si farà? Io penso di no, perché troppo dirompente dare l’informazione, forse troppo imbarazzante. E poi, ovvio, dovrebbe essere una legislazione non solo italiana, nemmeno europea, ma mondiale per non creare false illusioni sui vini che non contenessero le informazioni, come è successo qualche volta per i solfiti, nelle more dell’entrata a regime della norma che ne riporta l’obbligatorietà in etichetta.

Dirò di più, e questo magari interessa marginalmente il consumatore, la messa in etichetta di certi adittivi porterebbe forse a scoraggioare l’uso di quelli meno indispensabili, e forse tutto sommato inutili, come si potrebbe riscontrare nella realtà, facendo risparmiare anche qualche soldino alla categoria…



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