Niente calcio qui, si parla di vino, ovvio…
Mi è rimasto in canna un post in risposta ad un articolo pubblicato sul blog Wine Blog di Bere il Vino, dove, come sempre accade, la colpa dei mali del mondo è sempre dei cattivi produttori di vino e, indovinate cosa, originalità massima, dei prezzi del vino!
Essendomi anche un po’ rotto di sentire la solita tiritera, ho provato a rispondere, ma, qui si che siamo originali, in quel blog la lunghezza dei post è limitata a non più di mille caratteri.
Quindi riprendo quel post che ho appena fatto sul blog suddetto, altrimenti non si capisce bene, e sotto la mia risposta:
L’Unione Europea produce troppo vino? No Problem, la commissione europea ha la cura. Distillazione ed estirpazione dei vigneti. Avanti resto del Mondo!!! Prima o poi infatti, i vini provenienti dai "nuovi mondi" invaderanno l’Europa. Personalmente l’unica soluzione che intravedo per i produttori di vino, per superare questa crisi di mercato, è quello di puntare solo ed esclusivamente sul rapporto qualità/prezzo, che deve essere non ottimo, ma eccellente. Specialmente nei periodi di crisi economica generale come quella che stiamo attraversando in questo momento. Oggi, il consumatore medio, che compra una bottiglia di vino per il suo consumo giornaliero, cerca costantemente vini dall’ottimo rapporto qualità/prezzo. Ciò si verifica anche nei ristoranti, dove il prezzo medio dei vini acquistati è decisamente medio basso. Si vendono benissimo vini con prezzi compresi tra i 10 e i 20 euro, e rimangono in cantina tutti gli altri. I vini di fascia medio alta infatti, si comprano solo nelle occasioni speciali, o per fare solo un tantino di “scena”. Riflettete carissimi produttori di vino!!!
Veramente la proposta della Commissaria all’agricoltura va, finalmente, nella direzione di abolire i premi alla distillazione, in quanto incentivi alla sovraproduzione di vini senza qualità.Per quanto riguarda i prezzi dei vini, siamo alle solite, come si parla di crisi dei consumi si parla dei prezzi come cura definitiva e risolutiva.Posto che dire che bisogna fare dei vini dal rapporto qualità/prezzo buono, anzi eccellente è giusto, e anche banale se mi permette, visto che questo è vero per tutti i prodotti di tutti i settori della vita economica, mi sorprende sempre rendermi conto di come nessuno mai pensi che uno dei problemi mai, seriamente, affrontati, è quello della promozione. Se c’e’ una cosa che noi italiani facciamo male, specialmente nel vino, è la promozione a livello internazionale. E’ li, sulle tavole del resto del mondo che si gioca la partita del futuro del vino, ed è lì che noi italiani arriviamo in ordine sparso, senza coordinamento, senza conoscenza dei mercati (nuovi e vecchi). Quello che, fino ad oggi, ha tirato la carretta all’export di vino è stata la straordinaria, amatissima nel mondo, cucina italiana ed, ricordiamolo, emigrazione italiana. Perché siamo forti in USA, perché siamo, stati e speriamo di esserlo ancora nel futuro, forti in Germania? E’ stato grazie a quei milioni di connazionali che si sono stabiliti con fatica in quei paesi, e che poi hanno avuto la forza e l’intuizione di portare il frutto della grande cultura materiale italiana, la cucina amata in tutto il mondo.Ora però è tempo di raccogliere nuove sfide, che si giocheranno in altri paesi, come la Cina e l’India, dove il concetto di cucina, persino di cibo, è diverso dal nostro ed è fortemente radicato in una cultura persino più antica e prestigiosa (da un punto di vista culinario) della nostra. Li’ si deve cambiare approccio, anche culturale, per la promozione. E servono risorse, non solo finanziarie, ma anche e sopratutto organizzative ed umane.
Siamo pronti?Ho paura che non lo siamo ancora. Ma se non vinciamo questa sfida, hai voglia a produrre vini da un euro, saremo perdenti sempre.
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A leggere una cosa come quella che scrivi qui, Gianpaolo, a un vecchio mercante come me si spalancano occhi e orecchie: non è questa - questa carenza - un’opportunità straordinaria per uno come me, che fa della comunicazione il suo mestiere? E allora la domanda diventa: cosa fare per “tappare” quel buco?
≡ Antonio Tombolini on Luglio 3, 2006 16:55Oggi alle 15 devo presenziare ad una riunione del settore vino di un Consorzio che si chiama Grosseto Export. E’ un consorzio del quale sono socio da un anno e mezzo, ma che esiste ormai da diversi anni e raggruppa una serie di aziende dell’agroalimentare della provincia di Grosseto. Mentre il funzionamento è buono per le aziende di prodotti agroalimentari non-vino, per il vino siamo 4 o 5 soci, di cui attivi anche meno.
≡ Gianpaolo on Luglio 4, 2006 08:38Ecco secondo me dove sta il problema, se non c’e’ una voglia di stare insieme dentro una associazione, a me piace chiamarla una lobby, un luogo dove si sta insieme, in modo trasparente, per fare gli interessi di una categoria. Ma non intendo con questo che fare gli interessi vuol dire chiedere favori e denari, ma spingere un comparto e collegarlo al resto della collettività, cercando di influenzarla positivamente.
In altre parole, come si può fare promozione all’estero, se non si parte prima da un confronto locale. Come si può far conoscere un territorio, se sul territorio non c’e’ una presenza di organizzazioni che fanno qualcosa, che funzionano da luogo di incontro e di confronto.
Il nostro limite è sopratutto l’assoluta incapacità di lavorare insieme per obiettivi. Voglio dire che è la nostra incapacità di vedere nell’altro il concorrente, ma anche il collega: il “nemico” con il quale condivido la sorte e sono legato a doppio filo, e che per andare bene a me deve andare bene anche a lui. Secondo me è, quasi, tutto qui. Non mancano certo i soldi, quelli si spendono anche troppo e male.
Quindi se io volessi “approfittare” della situazione, e risolvere un problema reale, più che essere un bravo markettaro, dovrei essere uno bravo a far maturare quella capacità di vedere l’altro come competitor-collega con cui lavorare per uno scopo comune, cosa che è il presupposto stesso di ogni possibile azione successiva, giusto?
≡ Antonio Tombolini on Luglio 4, 2006 14:13Secondo me sì. E tra l’altro secondo me in questo modo si avrebbe un enorme vantaggio competitivo verso tutte quelle realtà, e sono la maggior parte, che si presentano in ordine sparso.
≡ Gianpaolo on Luglio 4, 2006 18:29Tu figurati che sono appena rientrato dalla riunione del Grosseto Export dove c’erano due produttori, uno in rappresentanza di una struttura cooperativa, che asserivano che la promozione del territorio è una roba vecchia, che servono altre strategie di marketing, come quella di trovare dei buoni canali con i buyers, che tanto, come si sa, sono poi capaci di imporre il prodotto al consumatore. Sono rimasto senza parole. E’ come se per certa gente, il consumatore finale non è in realtà il cliente del tuo vino, colui che lo compra e lo beve, ma il buyer del supermercato. Basta fare con lui ed è fatta! Questa è la loro idea di promozione del vino.
Bene. Allora diciamo che vorrei approfittare: cosa faccio? Prendi il Morellino, per dire. I presupposti ci sono tutti: è un bel vino, ha un bel nome, nasce in una bella terra. Potrebbe diventare uno dei vini più famosi (e cercati, e comprati) del mondo. E allora? Che si fa? Scrivo io a tutti i produttori e gli dico, “ragazzi, facciamo la squadra del Morellino All Stars, facciamola tra noi, senza stare ad aspettare l’ente, l’ICE, la regione… Vi alleno io”… Ci starebbe qualcuno?
≡ Antonio Tombolini on Luglio 22, 2006 11:15Con tutto il bene che ti voglio Antonio, no. Non ci starebbe, quasi, nessuno.
≡ gianpaolo on Luglio 23, 2006 21:43Io ci starei, questo lo sai, e forse altri due o tre. Ma per il resto la zona secondo me non è per niente ricettiva, per ora. Speriamo cambi.
E’ proprio lì che ti volevo portare, Gianpaolo
Sai come la penso, lo statalismo e l’assistenzialismo ci stanno uccidendo. Ma il guaio è che - forse a causa di decenni di tutto ciò - sono gli stessi imprenditori che ragionano ormai in quel modo.
≡ Antonio Tombolini on Luglio 24, 2006 23:19E posso assicurarti che entrare in una Grande Azienda Italiana dà lo stesso brivido (di sprechi, di burocrazia inutile, di rituali senza senso) che dà entrare in un ministero. Magari con lo stabilimento nuovo di zecca e pure disegnato dall’architetto di grido. Ma la sostanza è la stessa: vecchia e stantia.