Prendo spunto da un interessante evento che si svolgerà nei giorni prossimi, esattamente il 21 Ottobre presso la fiera di Bergamo, intitolato "La comunicazione del vino, quella nuova".

Non ho potuto fare a meno di notare che, almeno secondo gli organizzatori, la comunicazione nuova del vino, non comprende i produttori, ovvero coloro che il vino lo fanno. Non senza un accenno polemico, presso il blog di Tigullio Vino si è sviluppato un interessante dibattito sull’argomento.

Ma quale tipo di comunicazione è chiamato a fare il produttore oggi?

La prima, la più faticosa e difficile azione di comunicazione, non è verso il cliente finale, e neanche il cliente intermedio (il ristoratore, l’enotecario, il distributore), ma si svolge verso chi il vino lo deve vendere: il rappresentante di vino.

Proprio ieri ho passato quasi mezza giornata con 3 agenti, che tra l’altro operano nelle province di Siena, Arezzo e Grosseto, e che quindi conoscono particolarmente bene i miei prodotti e il contesto di riferimento. Tuttavia è indispensabile avere a disposizione la possibilità di mostrare direttamente il lavoro che si fa, possibilmente in azienda, assaggiando dalle botti anche i prodotti dell’ultima vendemmia. Molti agenti hanno portafogli di azienda vasti, con oltre 30-40 o più aziende, e centinaia di prodotti da vendere. Diventa quindi essenziale trasmettere la propria azienda, i propri prodotti. Mostrarsi preparati, con un progetto credibile a livello di produzione, e mostrarsi consapevoli di quello che si vuole ottenere sui mercati.

E questo è l’esempio più facile, allontanandosi dalla zona d’origine, oltre a trasmettere noi stessi e la nostra azienda, diventa fondamentale trasmettere e comunicare la zona stessa. E spesso è un lavoro mastodontico, pensando alla vastità del mondo del vino, alla relativa ignoranza di persone che vivono dall’altra parte del mondo. Spesso, a causa degli annosi difetti italiani, siamo soli, scoordinati, senza appoggi da parte del territorio, che nella migliore delle ipotesi va a comunicare in ordine sparso, o altrimenti proprio non va. Nel mio recente viaggio negli USA ho provato personalmente la difficoltà di comunicare la Maremma a 50 rappresentanti del Massachusset alle dipendenze del nostro distributore locale. Sono persone che spesso non sono mai state nella zona d’origine del prodotto di cui si sta parlando, spesso neanche nel paese. Non hanno neanche la nozione geografica di dove siamo. Provate ad immaginare a condensare il tutto in 15 minuti, in una lingua diversa. L’impresa appare ciclopica, eppure quelli sono coloro i quali devono vendere il tuo vino, ed insieme al tuo ne hanno altri 3.000 in portafoglio. E’ quindi essenziale trovare le parole giuste, che tocchino qualche molla nascosta, che li convincano che consigliando il tuo prodotto ad un nuovo cliente faranno un cosa a suo favore e che ne aumenterà il loro prestigio e credibilità.

Per un produttore quindi la comunicazione, con le sue difficoltà e stimoli, è un terreno costante di lavoro e a volte anche di frustrazione. Sicuramente è un processo continuo, destinato a non fermarsi mai. Si può dire che il 50 % è fare il vino, l’altro 50 % è comunicarlo.

E’ probabile quindi che il produttore medio, specialmente quello di altre generazioni, sia poco in confidenza con i mezzi più moderni, come il blog. Oppure si faccia trasportare da un tipo di comunicazione per emulazione da altri settori, che finisce col produrre effetti anche farseschi e controproducenti, come dimostrano alcune pubblicità sulle riviste di settore, oppure su depliants e simili. Ma sono certo che la maggior parte dei produttori, quelli bravi, se hanno la possibilità di essere se stessi, di trovarsi a giocare in un terreno a loro più consono, come la visita in vigna o in cantina, riescano ad essere comunicatori formidabili, perché riescono ad aggiungere quella passione e quella "verità" che spesso il comunicatore di professione non ha e non può avere. Per non parlare della competenza tecnica, che spesso è trascurata ma che per molti operatori del mercato, della stampa, e della comunicazione rappresenta un limite molto grande.

 

 

 

 



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8 Comments so far


  1. Fossi in te tornerei ad essere Martello e frequenterei un po’ alt.food.wine
    Ci trovi Mike, Vilco e molto raramente anche me; l’ambiente è molto USAcentrico, anche se non manca gente un po’ da tutto il mondo. Mi sembra che ci sia bisogno di contributi in quanto purtroppo l’immagine del vino italiano non emerge moltissimo se non per i soliti barolo, brunello, amarone, su cui ovviamente c’è gente che sa tutto. Mi sembra che tu sappia bene l’inglese quindi..
    Go west!

    Luk

    Luca Risso on Ottobre 19, 2006 09:41
  2. Caro Gianpaolo,

    come ho avuto modo di scriverti, sono d’accordo con te che almeno un rappresentante del mondo vitivinicolo dovesse esser chiamato se non altro perché sarebbe stato entusiasmante il confronto diretto tra chi la comunicazione la fa e chi la subisce. Anche l’accoglienza in cantina, la passione e il cuore che il produttore mette e racconta davanti al calice di vino sono veicoli del prodotto (veicoli potentissimi !) qui forse l’idea - ma bisognerebbe chiederlo a Carlo Odello - era di riunire le voci di coloro che di mestiere comunicano in generale per analizzarne i modelli e gli strumenti. Certo, è poi innegabile che ciascuna azienda comunichi ed il mio intervento è proprio volto a presentare quello che la rete potrebbe offrire per coloro che ancora non la considerano. Credimi Gianpaolo, rappresenti un bellissimo caso isolato. Per uno come te, ce ne sono - che dico ! - 1000 che della rete se ne fregano. Per ora.

    Filippo Ronco on Ottobre 19, 2006 19:33
  3. A proposito di comunicazione, per la serie “non si finisce mai d’imparare e di capire”, vorrei farvi partecipi di una mia recente esperienza. Sono molti anni che per lavoro sono più o meno costretta a prender parte anche a pranzi e/o cene (cd di gala, o simili). Sembra che una delle preoccupazioni maggiori degli organizzatori sia mischiare nei tavoli produttori e giornalisti. “Così familiarizzate, vi conoscete, eccetera”. E perchè è, mi dicono, un esplicito desiderio dei produttori di una zona - che partecipano ad una manifestazione pagando il relativo obolo - parlare con i giornalisti, che diavolo! un loro diritto. Bene, perfetto. Mi rassegno. Sono al solito tavolo di produttori più o meno sconosciuti. Presentazioni, frasi di circostanza “come va? com’è andata la vendemmia?” e risposte monosillabiche “bene, grazie. Benissimo, sì, tutto bene, grazie”. Dopodichè, silenzio di gelo. E non perchè i piatti arrivati nel frattempo tolgano il fiato a tutti (magari fosse così!). Ma semplicemente perchè i produttori non sanno come rompere il ghiaccio coi giornalisti e noi non sappiamo come cavarci d’impaccio. Io, che propendo per argomenti più tecnici, ogni tanto mi lancio in domande - banalissime - tipo: “Come procedono le fermentazioni? che tipo di serbatoi usa? I suoi vini fanno legno, di che tipo? e la tostatura?”. Niente. Risposte minimali, tipo scuola, e poi di nuovo il silenzio. Vero, potrei provare a intavolare qualche bella discussione su temi “caldi” (dall’OCM vino alla riforma della legge 164, dai trucioli alle pratiche enologiche,ecc.), ma vai a sapere se la cosa è gradita o se non finisco per toccare qualche nervo scoperto. Così la cena si trascina, e alla fine ci si saluta, più stranieri di prima. E questi sarebbero i produttori che più hanno bisogno di comunicare: per contro infatti, quelli che i giornalisti solitamente se li mangiano a colazione pranzo e cena, trovandoseli al tavolo li trattano da amici di vecchia data, ridono, scherzano, chiedono di mogli, mariti, amanti, figli e nipoti.
    Vuoi vedere che la prima comunicazione da…mettere a punto è proprio quella tra produttori e gente dell’informazione? al lettore/consumatore penseremo dopo. Molto dopo.

    L.

    ≡ Lizzy on Ottobre 19, 2006 21:28
  4. @Lizzy. Quello che dici è vero, ed è importante. Io credo che ci sia una sorta di corto circuito dell’informazione, tra i produttori e i giornalisti. Credo che i produttori sostanzialmente abbiano paura dei giornalisti: paura di non essere capiti, paura di dire quello che pensano, paura di dire cose impopolari. Questo per me deriva da alcuni dati di fatto. Il primo è che i produttori, a torto o a ragione, credono che molti giornalisti non capiscano molto di vino, che portino avanti solo le mode del momento, che debbano essere sempre rassicurati nelle loro convinzioni. Quindi, se il giornalista dice: viva gli autoctoni vinificati senza solforosa, tutti a dire di si, anche se si pensa di no. Perché in fondo, tra se e se, molti pensano: ma che ci capisce quello? Comunque è meglio non contrariarlo, non si sa mai. Quindi, nel corso di una conversazione tipo tra il produttore e il giornalista, la tensione del primo è tutta incentrata nel capire cosa vuole sentirsi dire il secondo. Magari perché qualche volta che il primo ha detto qualcosa “fuori tono”, le cose non sono andate proprio bene con il secondo. E’ un fatto che molti giornalisti si ritengono depositari della “verita”. Come è un fatto che sono pochi che hanno esperienza di produzione. In una tua risposta a me, tu hai giustamente detto che per scrivere di vino non è necessario saperlo fare (o qualcosa di simile). Questo è verissimo, quando ci si limita ad esprimere un giudizio su un vino. Si può benissimo criticare, o apprezzare, sulla base delle sue caratteristiche, sul suo significato, sulla sua opportunità. Quando però la critica si spinge sul versante tecnico, entrando proprio nel merito di scelte tecnico-produttivo, allora bisognerebbe sapere di cosa si parla. E siccome, sulla base di queste conoscenze che il giornalista crede di avere, a volte imposta la sua comuicazione verso il cliente finale, si ha il corto circuito caratterizzato dall’ingenerarsi di aspettative errate presso il consumatore, con il paradosso di vedere il produttore inseguire delle esigenze del consumatore dettate da convizioni errate del giornalista.
    Questo è solo un esempio del cattivo rapporto tra questi settori, ma di esempi di malacomunicazione da parte del produttore ce ne sono altrettanti.
    @ Filippo. Grazie Filippo, so benissimo che farai la tua parte con intelligenza e passione. Rimango sempre dell’idea che se si deve parlare di comunicazione del vino sarebbe bene partire da quello che esiste e vedere come migliorarla. L’escludere la parte, perdonatemi, più importante - colui che produce l’oggetto della discussione - continua a non sembrarmi una buona idea. Non è che rivendico delle quote, o altre stupidaggini simili, non cascherà di certo il mondo se non ci sono i produttori a parlare, e come diceva Carlo avranno spazi per intervenire dopo. Solamente mi pareva stridente iil concetto di comunicazione “nuova” e la contemporanea esclusione di una fetta così importante del settore. In altre parole, se questa è la comunicazione nuova, speriamo che non ci faccia rimpiangere quella vecchia.
    @ Luk. Provo a vedere quel NG.

    gianpaolo on Ottobre 20, 2006 10:50
  5. @Gianpaolo: è assolutamente vero quello che dici. In giro ci sono troppi sedicenti giornalisti che si credono dei neo-Veronelli e sparacchiano sentenze e frasi più o meno tecniche ad effetto. Io mi occupo di giornalismo vitivinicolo da oltre dieci anni e solo adesso posso dire con serenità, non tanto di capire tutto, ma solo di sapermi orientare nelle diverse problematiche. E’ anche vero che sento pesantemente la responsabilità di scrivere su una testata tecnica, letta dai produttori: per questo sottopongo i miei articoli ad amici del settore - agronomi ed enologi - se non sono certa al 100% di quello che dico. E in tutti questi anni non ho mai ricevuto reclami di sorta o richieste di rettifica. Dunque, un po’ più di umiltà da parte di noi dell’informazione (hai notato? parlo di informazione. Non di comunicazione, che è un’altra cosa) non guasterebbe.
    E tuttavia, sarebbe opportuno che anche dall’altra parte della barricata non ci si venisse a dire - o a chiedere - ad ogni piè sospinto “scriva questo, mi raccomando…No, guardi, io le spiego come stanno le cose, ma lei non lo scriva…E per favore, se potesse mettere in risalto che…”. Non c’è nulla di più irritante per un giornalista del sentirsi dire quello che dovrebbe o non dovrebbe scrivere… come se tutti gli articoli fossero, in realtà, dei redazionali sotto mentite spoglie.
    In conclusione: più chiarezza e franchezza da parte di entrambi. I miei amici lo sanno: ho un rispetto e una stima sconfinata per gli “intellettualmente onesti”, cioè per quelli che non cercano di menarmi per il naso, (credendo che io capisca poco o nulla di quello che dicono) ma mi dicono come stanno le cose, per impopolari, in controtendenza o spiacevoli che siano. Non sarò certo io ad additarli al pubblico ludibrio. Cosa che mi precipiterò invece a fare se solo mi accorgo che mi stanno prendendo in giro… Per questo ti dico: non sforzatevi , voi produttori, di “intuire” quello che credete possa far piacere ad un giornalista sentirsi dire.
    Non pensate con la testa degli altri, ma con la vostra. Alla lunga, ma questa è solo una mia convinzione, l’onestà intellettuale e la sincerità pagano sempre.

    ≡ Lizzy on Ottobre 20, 2006 11:53
  6. Giampaolo, quello che mi permetto di vedere come un tuo “sfogo”, penso sia giusto. Penso anche che sia solo questione di tempo.
    Lizzy, Sarei portato a pensare che se ci sono problemi di comunicazione o di comprensione fra produttori e giornalisti, o comunque professionisti dell’informazione, in qualche modo l’onere di colmare questo divario culturale (perche’ tale e’, imho) ricada piu’ sui secondi che non sui primi. Ci si aspetta cioe’ che siano piu’ “di mondo” i giornalisti dei produttori. A loro sta conoscere le fisime, i problemi reali, i limiti comunicativi di questi ultimi. Chiaro che in teoria c’e’ il percorso contrario, da salmonide, del produttore che indovina tic fisime e limiti dell’immaginario attorno alla comunicazione sul vino, il produttore che si fa giornalista di se stesso, che ovviamente viene premiato anche in questo in quanto permette di “stand out” (anzi e’ quasi un marchio di fabbrica al momento, per Giampaolo, visto che Ste di Vogliaditerra non sembra particolarmente nel trip del vino). Ma se si eccettuano questi produttori che si fanno pubblicisti, e che coi pubblicisti intavolano un dialogo che chiaramente non puo’ essere preso come rappresentativo dell’interazione pubblicisti-produttori, io penso che chi fa divulgazione debba accettare nei confronti dei produttori-produttori anche un po’ un ruolo come di loro chaperon in societa’.

    ≡ filippo on Ottobre 22, 2006 13:00
  7. ciao,
    è toccata anche a me una cena con giornalisti e produttori scekerati nei tavoli.
    Nel mio tavolo c’era una importante giornalista che scrive su una importante testata nazionale.
    Per me sembrava doveroso non contraddirla anche se avevo proprio la sgradevole sensazione che non capisse nulla del nostro DURO lavoro. La sensazione che mentre noi ci facciamo un mazzo cosi’ in vigna, in ufficio ed in banca, Lei sciorina lezioni di marketing, tendenze e importanti lezioni di cultura eno-gastronomia. Tutti pendevano dalle sue labbra!!
    Poi non ho più resistito e ci siamo “scannati”.
    Questi giornalisti , dovrebbero avere più umiltà.
    Mi pare che i giornalisti stranieri siamo meno STAR. Vanno più sul concreto. Hanno VERAMENTE voglia di imparare e conoscere il nostro mondo,le nostre aziende e le nostre vite.

    Carlo

    carlo on Ottobre 23, 2006 08:09
  8. Caro Giampaolo sono pienamente d’accordo con te. Io sono un ragazzo laureato in Economia e vorrei intraprendere l’attività di rappresentante del vino. Non so ancora come muovermi ma condivido quanto detto da te, infatti è fondamentale avere una conoscenza totale delle terre dove viene prodotto il vino, della sua storia, del suo sapore e dell’amore di chi lo produce; bisogna saper trasmettere tutte queste peculiarità al potenziale acquirente.
    Saluti

    ≡ andrea on Novembre 11, 2006 14:45

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