Se ne è già parlato, ma l’esperienza del nuovo Blog del Consorzio di Soave fa entrare una ventata di aria fresca in un mondo, come quello dei Consorzi di Tutela, spesso stantio, fatto di siti con un  linguaggio, ora in perfetto burocratese, ora in stile autoapologetico.

Eppure ci vorrebbe poco, in termini tecnici e formali, basta guardare qui.

Oppure, come spesso succede, la forma è un indicatore importante della sostanza? Ovvero della difficoltà di aprirsi al mondo esterno, di parlare con la gente in un linguaggio comprensibile per la paura di mostrare di non aver niente da dire? Guardate qui e poi fate il paragone.

 



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3 Comments so far


  1. Sul Morellino non mi pronuncio, quindi mi guardo bene dal voler suggerire ipotesi anche piu’ malevole di quella che avanzi te.
    Ma voglio parlare in generale, visto che in Italia i consorzi di tutela sono tanti. E allora temo che possano esserci motivi ben peggiori della semplice paura di non aver nulla da dire, per spiegare la ritrosia ad aprire al pubblico i propri strumenti comunicativi (aprirli in scrittura, questo il punto). Supponiamo per esempio che un consorzio comunichi soprattutta aria fritta, patina, lustrini..Aprire un blog significherebbe aprirsi alla possibilita’ di ricevere commenti critici che levano la pelle (pensiamo al sito italia.it se fosse un blog!). E supponiamo che un altro consorzio (o lo stesso) comunichi cose inesatte, o fuorvianti, o sia gravemente omissivo. Aprire un blog significherebbe aprirsi a interventi correttivi di quelle inesattezze, che si provano a colmare i vuoti di quelle omissioni.
    No. Per quei siti che intendono la presenza su internet come un canale alternativo all’etere, e che si presentano con la stessa finzione e artificialita’ di uno studio televisivo, con tanto di lavagnette per suggerire le battute mostrate da dietro le telecamere, e applausi in playback o suscitati a comando, aprire un blog sarebbe come dare un sventola alla telecamera e farla girare di 180 gradi. Sarebbe come alzare le sottane e mostrare le mutande strappate e rattoppate.

    ≡ filippocintolesi on Marzo 24, 2007 17:36
  2. Partiamo dall’inizio, cosa è un Consorzio di Tutela: dovrebbe essere un associazione di produttori che, spinti dall’esigenza di valorizzare le loro produzioni si mettono insieme, si danno delle regole, cercano di rispettarle e promuovono i loro prodotti. In qualche caso è veramente così. Ma siccome, ovviamente, i consorzi non possono prescindere come qualità dalla loro composizione sociale, in alcuni casi sono divenuti, o erano già nati come piccoli (o grandi, in funzione dell’importanza della denominazione) centri di potere. Si tratta di quel potere dalla “p” minuscola, non il potere della politica, ne quello dell’economia su larga scala. E’ un potere però sufficente a distorgere il mercato, la libera concorrenza, a mettere i bastoni tra le ruote a chi non si conforma. Non è certo sufficente a distorcere completamente la realtà, ma abbastanza da ridurre quegli spazi di libertà d’impresa, già piuttosto limitati in un paese come il nostro. E’ chiaro poi che tutto il resto, la promozione, l’apertura verso il mercato e più in generale il mondo al di fuori, è vista come una noiosa o addirittura controproducente azione di disturbo al manovratore.

    gianpaolo on Marzo 24, 2007 20:33
  3. Un potere con la p minuscola, ma non proprio in corpo otto. Del resto sono proprio i poteri sul territorio che fanno da sponda al potere politico regionale; il quale su temi come il governo del territorio e’ quello che piu’ conta. Quando si arriva a consultare i consorzi dei produttori, si ritiene di aver consultato “la societa’ civile”, cioe’ l’ultima linea di difesa plausibile, ovviamente per i codici comportamentali ammessi dalla Grossa Comunicazione Organizzata. Un esempio, proprio tratto dalla nostra comune regione? La gestione del paesaggio e la sua tutela (molto attuale, visto che proprio oggi domenica 25 marzo a Fiesole si terra’ una riunione in cui Asor Rosa si candidera’ a coordinatore regionale dei tanti comitati di difesa spontanei sorti qua e la’). E sappiamo bene quanto questa questione sia intrecciata con l’attivita’ produttiva nelle nostre campagne. Questo e’ solo un esempio.
    Se ne potrebbero fare altri piu’ banali, in cui cioe’ il problema e’ dato dalla banale monopolizzazione degli strumenti consortili da parte di un interesse particolare (anche se maggioritario dal punto di vista delle quote): e’ sufficiente ipotizzare che un consorzio si occupi non solo di vino (i cui albi sono chiusi) ma anche di olio (i cui albi non sono affatto chiusi): si creano allora bizzarre situazioni sull’uso del marchio consortile (cosa e’ permesso fare a chi). Ma qui si va forse troppo sul “particulare”….

    ≡ filippocintolesi on Marzo 25, 2007 12:02

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