Questo post non c’entra nulla col mio viaggio negli USA. E’ solo che ho letto un articolo su winenews, e non riesco ad astenermi dal commentarlo.
L’articolo (che trovate qui) parla dei risultati di una riunione che si è svolta a Montpellier da parte dell’associazione "Vignerons d’Europe", a proposito della riforma dell’OCM vino, che tra le altre cose prevede l’abolizione delle sovvenzioni alla distillazione, la sovvenzione all’espianto di vigneti non in grado di produrre qualità, ecc. Tutte cose che in generale mi trovano d’accordo, e quindi fin qui va bene.
Alla fine però l’articolo richiama la dichiarazione finale dei suddetti che così si esprimono, cito:
I vignerons d’Europa affermano anche che l’equilibrio di mercato è un mezzo, il fine e’ ottenere che il vigneron resti sul territorio per fare il vino, per conservare il territorio, per difendere il paesaggio, per la gioia del cosumatore.
Ora, secondo me questa dichiarazione è sbagliatissima, perché in fin dei conti non fa che riproporre la stessa distorsione che è stata operata nel passato, e che la riforma dell’ OCM intende cancellare. Dire che, in sostanza, il mercato e quindi il consumatore, deve piegarsi alle volontà dei produttori a me fa rabbrividire. Anche se le intenzioni sono buonissime e lodevolissime: conservare il territorio e difendere il paesaggio (sul richiamo alla gioia del consumatore glisserei, parendomi un obiettivo alquanto fuori della portata di una bottiglia di vino).
Che cosa vuol dire questo, che si deve artificialmente dirigere il mercato, immagino con fondi pubblici, per far si che i produttori di vino difendano il territorio? Ma non sarebbe più logico che chi fa vino, che poi immette sul mercato con l’intento di venderlo e di ricavarne soldi e profitti (per quanto si possa e voglia poi ammantare il tutto con i lustrini del "territorio"), si debba confrontare con le logiche di mercato e basta?
E che invece che usare risorse per distorcere, ancora una volta, il mercato provocando inevitavilmente "favori" a qualcuno e "sfavori" a qualcun’altro, si usino quelle stesse risorse per proteggere il territorio e il paesaggio da chi è costituzionalmente obbligato a farlo: lo Stato?
Sarebbe come dire che lo Stato, invece che costruire una strada, offra dei contributi alle imprese di costruzione affinché gli prenda la voglia di farla loro.
Ma se si deve pagare un coltivatore perché difenda il paesaggio e il territorio, io non ho nulla in contrario, anzi, ma che lo si dica chiaramente, che gli sia dia dei soldi espressamente per fare quel lavoro lì e che se non lo fa gli si tolgano. Che c’azzecca mettere in piedi un altro carrozzone di sovvenzioni?
Forse a voi sembra ragionevole, a me sembra il contrario, sembra assurdo. In più è proprio in questo modo che in Italia si fanno passare le zozzerie più grosse, facendole passare per azioni meritevoli, e naturalmente ci sarà sempre qualcuno più meritevole dell’altro. Spero che la blogger Mariann non ci abbocchi.
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Personalmente ho sempre avuto la sensazione che quello tra il mercato e il produttore di vino sia uno dei rapporti più delicati e complessi da gestire.
≡ Lizzy on Aprile 17, 2007 08:18Da una parte c’è chi dice che bisogna fare il vino “come lo vuole il mercato”. Cosa che, per restare solo all’Italia, nell’ultimo mezzo secolo ha portato zone a vocazione rossista a diventare bianchiste perchè all’epoca andavano di moda i vini bianchi - e viceversa, quando la tendenza si è invertita - ha portato ad avere vini legnosi anche da vitigni che la barrique non la sopportano, eccetera. Dall’altra parte, c’è chi sostiene che il mercato per i “tuoi” vini da qualche parte esiste, è sempre esistito, devi solo scoprire dov’è e farti scoprire da lui.
Chi ha ragione? Entrambi, ovviamente. E’ una questione d scelte: aziendali e quindi individuali. E’ giusto confrontarsi con le logiche del mercato: significa essere coscienti di vivere in un mondo reale (pieno di contraddizioni, incertezze, ripensamenti, ecc.), e non in una specie di ideale empireo dove va tutto bene perchè va come piace a noi.
Ma che succede quando queste logiche di mercato entrano in conflitto con le tue convinzioni, e di conseguenza con le tue scelte? Chi scegli di seguire in questo caso, il mercato (e i suoi volubili capricci) o la tua esperienza e il tuo istinto? Nel primo caso, fino a ieri avresti dovuto fare solo cabernet e merlot e supertuscan, lisciando il pelo al cliché che i consumatori esteri hanno in genere della Toscana; nel secondo, avresti dovuto invece continuare a fare quello che hai sempre fatto, sapendo che prima o poi sarebbe arrivato anche il momento dei tuoi vini…come i fatti, mi pare, stiano dimostrando.
Lizzy, hai scritto la prefazione d’un libro che riassume il gran Problema del Vino dei nostri giorni. Non solo in Italia ma ovunque.
Un pensiero sui successi dei Supertuscan, sempre stimati qua in America. (Grazie al WS, inter alia.) La dicotomia da te descritta, fra “vini del mercato” e “vini di tradizione”, mette in rilievo un importantissimo vantaggio per i Supertuscan: invece di migliaia di produttori e aziende, ce n’erano all’inizio pochi di essi. Facili da contare, da catalogare, da mettere in seguenze di qualita’/prezzo. “Cosi’ semplice che anche un Americano puo’ capire.”
Dall’altra parte le migliaia di produttori senza brand o marketing ad alta voce, quindi campanilistico. La varieta’ e le ricchezze profonde del vino in Italia rendono piu’ difficile “l’accorgimento, la preferenza e la prova” (per usare traduzioni di termini marketing ben diffusi in America) dai consumatori all’estero. E forse da quelli italiani ?
≡ Terry Hughes on Aprile 17, 2007 14:20Lizzy, la dicotomia di cui tu fai cenno è un esempio perfetto di scelte guidate dal mercato. Fare un vino tradizionale è una scelta di mercato. Scegliere di non seguire passivamente le mode, cicliche del mondo del vino, è una scelta di mercato. Scegliere di cambiare ogni tre anni il modo di fare i vini è una scelta di mercato. Scegliere di fare cabernet e merlot invece di sangiovese è una scelta di mercato. Scegliere la botte piccola oppura quella grande, è una scelt di marcato. Quello che voglio dire è che tutte le scelte che si fanno sono scelte di mercato, perché sono dettate dalla nostra esigenza di vendere i nostri prodotti. Non esistono scelte ideologiche pure, perché sono dettate dall’esigenza di vendere, a meno di non fare questo mestiere per hobby, ma questa è un altra cosa. La scelta di non cambiare mai è una scelta di mercato estrema quanto quella di cambiare tutti gli anni. Per alcuni funziona e per altri no, ma così vanno le cose, o dovrebbero. Le scelte posso essere di tanti tipi, a volte agli estremi l’una dall’altra, ma sempre di scelte di mercato si tratta.
≡ gianpaolo on Aprile 17, 2007 15:56Il problema è che, quando in un contesto di mercato si introducono distorsioni derivanti da pressioni esterne (pur nobili e condivisibili) si finisce per forza sempre per penalizzare alcuni a favore di altri.
Allora dico: si vuole salvaguardare il paesaggio e il territorio? Giusto. Lo si faccia mettendo a disposizione i fondi necessari e le strutture necessarie. Non è giusto, e secondo me neanche funzionale all’obiettivo, creare distorsioni in un settore per cercare di metterne a posto un altro.
Io lavoro in un settore giovanissimo, internet, dove l’unica sovvenzione al settore che era stata ipotizzata tre anni fa (200 milioni di euro di sostegno indiretto alla diffusione della banda larga) è stato completamente dirottato alla tv digitale terrestre impoverita di tutte le funzioni interattive, ovvero a dare gratis i decoder perché la gente comprasse le partite di mediaset premium.
Quando penso a tutte le sovvenzioni, contributi, finanziamente, presiti, e altre agevolazioniche riceve il settore vitivinicolo, mi vengono i brividi, lo trovo profondamente ingiusto verso altri settori dell’economia italiana che si fanno carico dell’innovazione rischiando in prima persona come aziende e come dipendenti senza nessun paracadute.
E’ il guaio di un paese assistenzialista, sia a destra che a sinistra, che preferisce assistere le aziende in crisi cronica anziché investire sulle nuove imprese. Se gli stessi soldi dell’assistenza fossero usati per il finanziamento di nuove imprese, chi entra in crisi troverebbe più favorevole chiudere e iniziare una nuova attività in linea col mercato anziché perseverare con un prodotto che non va più.
Sono anche per l’abolizione degli stati di calamità naturale e relativi risarcimenti. Conosco diversi agricoltori che invocano la grandine perché anche se non subiscono reali danni preferiscono incassare l’indennità anziché fare il raccolto. Se un agricoltore ritiene di doversi difendere dalla grandine si fa la sua bella assicurazione. Se a me crollano i visitatori di un sito perché per un giorno si sfascia una dorsale internet, nessuno mi risarcisce per lo stato di calamità digitale.
Per non parlare delle quote di mercato, completamente ridicole. Se nel mio caso arriva un concorrente americano con lo stesso mio servizio web ma con 10 volte più soldi, nessuno gli dice: ehi bello non puoi fare più di xy utenti e vendere più di 100 euro di pubblicità perché superi le quote di mercato web.
Comunque penso che la prima cosa più assurda in assoluto da abolire sia tutto il sistema delle distillazioni di soccorso.
Io dico che tolte tutte queste protezioni e sovvenzioni ingiuste, c’è posto nel mercato sia per chi fa il taglio bordolese in barrique, sia per chi fa la coda di volpe.
Comunque, a mio parere, il vignaiolo imbottito di soldi statali continua a pensare (giustamente) al suo tornaconto, non vedo perché debba essere paladino del territorio, anche se come tutti i cittadini, è suo dovere contribure al suo mantenimento in ragione di quanto dallo stesso territorio trae beneficio economico.
Fine della filippica
≡ massj on Aprile 17, 2007 15:58“Chi entra in crisi troverebbe più favorevole chiudere e iniziare una nuova attività in linea col mercato anziché perseverare con un prodotto che non va più”.
≡ Lizzy on Aprile 17, 2007 17:56Non è così semplice. C’è la mentalità, la cultura di mezzo. Nel senso che spesso mancano. Chi da generazioni lavora la terra, non passerà mai in fabbrica o a fare qualcos’altro, nemmeno se lo si riduce alla fame. Piuttosto si spara. Ed è appunto quello che ha fatto un produttore delle mie parti in questi giorni: azienda nuova, tanti investimenti, voglia di fare il salto di qualità e da semplice contadino sentirsi “imprenditore-che-vende-bottiglie”. Ma gli mancava, probabilmente, la cultura dell’imprenditore. Ha sottovalutato i rischi? Ha sbagliato i calcoli? e chi lo sa. Sta di fatto che ieri ha preso il fucile, è andato sulla collina, e…
Io lo conoscevo, era un giovane aperto ai nuovi mercati e ai nuovi media, e al pari di tutti quelli che lo conoscevano non riusciamo a capire perchè l’abbia fatto. Ma la cosa non mi sorprende più di tanto: il mercato è un meccanismo tritacarne e se finisci per subirlo, anzichè lottare per gestirlo (nella misura che ti è possibile), finisci per rimanerne schiacciato. Definitivamente.
Scusa Lizzy, ma non è obbligatorio diventare imprenditori, se uno lo fa se ne assume il rischio. Il fatto che le cose possano andare male è inerente nel rischio di impresa, questo non lo si può eliminare. Voler cercare di modificare questo fatto naturale vuole dire distorcere le regole a favore di chi non è un bravo imprenditore contro chi invece lo è. Tutti noi dobbiamo confrontarci con le difficoltà, a volte anche grandi, ma la stragrande maggioranza lo fa e basta, fa parte dell’ordine delle cose.
Se uno stato è civile, deve prevedere dei meccanismi che consentano a chi sbaglia di non finire sotto i ponti o alla fame, o peggio. Quello che invece non deve fare è cercare di regolare il mercato a favore di alcuni e a sfavore di altri.
La coperta è quella che è, se la tiri da una parte diventa troppo corta dall’altra, e alla fine paradossalmente finisci con sfavorire chi si confronta lealmente con le regole e sopporta e affronta le crisi che sempre ci sono nel lavoro con dignità e coraggio a favore di chi invece non si comporta in modo virtuoso e merita di uscire dal mercato. Questo non può che provocare guasti sociali peggiori di quelli che si vogliono evitare, livellando tra l’altro verso il basso la qualità degli imprenditori e finendo per favorire i furbi. Non è che in Italia questo non sia mai accaduto.
Mi spiace per il tuo amico, ma allo stesso tempo ci sono tantissimi imprenditori (direi la stragrande maggioranza) che pure in difficoltà non si arrendono, cosa gli vogliamo dire a quelli, che sbagliano?
≡ gianpaolo on Aprile 17, 2007 23:20Assolutamente no, Gianpaolo, e sono d’accordo con te. Con tutto quello che dici.
Quello che volevo far presente è che spesso si danno per scontati anche dei pre-requisiti - come l’accettazione del rischio d’impresa, per esempio - che invece scontati non sono.
Ripeto: è anche una questione di cultura-che- non-c’è.
In questi casi però mi domando se una parte della responsabilità non sia anche nostra, di noi del circo della comunicazione, che a forza di mostrare del mondo del vino solo i lustrini e gli aspetti più piacevoli/appariscenti/gratificanti, finiamo per darne un’immagine distorta, e far credere a tanti che fare il produttore di vino sia un po’ come diventare attori: belli, ricchi e famosi.
Dimenticando che il prezzo per tutto questo, in termini monetari e personali, è spesso non alto, ma altissimo, e che bisogna essere pronti a pagarlo.
L.
≡ Lizzy on Aprile 18, 2007 16:28La colpa non può essere della comunicazione,che ha altri difetti ed altre colpe, perché mostra i lati positivi del mondo del vino, il contadino che decide di entrare nel mondo del vino deve sapere che dovrà investire, produrre del buon vino, farsi asistere da un buon enologo ( non dai rappresentanti di materiale enologico), utilizzare tecnologie moderne e soprattutto vendere le bottiglie prodotte, in poche parole dovrà stravolgere la sua vita.
≡ borntowine on Aprile 21, 2007 23:58Ma il mondo del vino probabilmente non si accorgerà di lui per un certo periodo.
Consiglio ai contadini di continuare a fare i contadini, e se hanno vigneti continuino a produrre uve di qualità che consentiranno loro di spuntare prezzi remunerativi, perché di quelle ha bisogno il mercato, non di altre etichette.
[…] che esistono in agricoltura. Ne parlo male ogni volta che posso, cercando di spiegarmi bene (qui e qui e anche qui, per es.), perché mi accorgo che non è semplice e che a molti gli fa piacere […]
≡ Maledetti pelati | Poggio Argentiera on Aprile 29, 2008 15:46