Come qualcuno che ha seguito il nostro blog saprà, da un certo periodo ci stiamo cimentando con i vini bianchi con sempre maggiore voglia di fare qualcosa di buono in Maremma. Secondo me, specialmente con l’Ansonica ci sono possibilità, mi pare di coglierne uno spirito animale sotto la sua pellaccia di uva un po scorbutica, tosta e tannica. Insomma, mi sembra di coglierne il carattere di maremmanità, più che in altre uve, tipo il Vermentino, che da noi sono relativamente nuove.
L’Ansonica invece è antichissima. Sto leggendo un libro, di cui spero in seguito di poter riportare qualche breve commento, scritto da Mario Brandani, un gigliese che ha fatto un lavoro straordinario di indagine su questo vitigno. Basti pensare che lui sostiene che le tecniche enologiche, che una volta dovevano essere assai più sosfisticate visti gli enormi sforzi per ottenere vini da quelle terre, furono cancellate dalla memoria storica durante il saccheggio a cui seguì la deportazione completa dall’isola dei quasi 1000 abitanti da parte del pirata Barbarossa nel 1544 (la storia è verissima e documentata, anche se sembra quasi una favola).
Il preambolo che ho fatto serve a spiegare che oggi non vi sono da noi esperienze significative sull’ansonica, tali da poterne fare delle basi di partenza per qualunque miglioramento. Nel panorama della costa toscana e ligure invece vi sono numerosi produttori che stanno compiendo un lavoro interessante sul Vermentino. A me non pare che i due vitigni si assomiglino in nessun modo, ma da qualche parte si deve pur partire.
Per questo motivo abbiamo pensato di andare a parlare con qualcuno che sull’argomento ne sapesse più di noi, e i cui vini ci piacessero per espressione e realizzazione. Per cui siamo partiti in tre, io, Antonio Camillo e Daniele Giorgi (che sono il primo il mio braccio destro per quanto riguarda la parte produttiva in generale, e il secondo il mio cantiniere, con noi ormai da due vendemmie), alla volta di Sarzana, destinazione l’azienda agricola Santa Caterina, di Andrea Kihlgren.
L’azienda ha circa 7 ettari di vigneti, sparsi in tre poderi diversi. I tipi di uve coltivati sono molteplici, e alcuni vigneti conservano quella bellezza antica che avevano quelli di una volta, in cui sullo stesso filare trovavi di tutto, vermentino, albarola, buonamico, ecc.
Andrea ci ha ricevuto con molta cordialità, e dopo aver ascoltato le nostre richieste, ci ha parlato della sua esperienza. Le vinificazioni sono quanto di più semplice e non elaborato, lasciando in pratica i vini fare il loro corso in cantina, dopo un avvio di fermentazione con piccole aggiunte di solforosa. Le fermentazioni sono molto lunghe, a volte anche 3 mesi, e vengono effettuate senza particolari accorgimenti di controllo di temperatura (ecco uno dei tabù infranti, visto che l’opinione corrente è “più freddo, più buono”), aiutati anche dalle condizioni naturali. In pratica le differenze sono tra due sistemi: quello delle uve pressate e quello delle uve macerate per circa 15 giorni durante la fermentazione. I due lotti vengono poi conservati in cantina fino ad aprile, per poi essere imbottigliati con piccole aggiunte di solforosa. La malolattica non è sempre svolta, a seconda delle annate e i vini non vanno incontro a nessuna pratica di stabilizzazione tartarica indotta. Tutto questo non sembra preoccupare Andrea, infrangendo ulteriori tabù del pensiero prevalente.
E i vini, come sono? Abbiamo assaggiato due vini bianchi del 2006, il vermentino “base”, senza macerazione con le bucce, buono, espressivo, elegante e franco, ed il vermentino Poggi Alti, con una percentuale sostanziale di uve macerate. Quest’ultimo ha già un naso molto più complesso, con quei sentori tipici del vermentino che a me ricordano le olive, le sanse, e la bocca più orgogliosa, decisa, ma per niente fatta per impressionare. Ultimo vino assaggiato è stato un rosso, il Fontanera, con uve buonamico, foja tonda e ciliegiolo. Ed è proprio sul ciliegiolo che da ultimo ci siamo messi a ragionare, condividendo l’opinione che si tratti di una varietà un po sottovalutata ma di grande interesse.
L’impressione generale che abbiamo riportato a casa è che si possono fare vini di grande personalità, non urlati e non sopra le righe, puntando più alla semplicità che alla tecnica. Forse per alcuni è una lezione scontata, ma le cose non sono mai così semplici. Non so se queste esperienze ci potranno aiutare a trovare la nostra strada, in altre terre e con altre uve, ma di certo sono l’esempio di un modo di fare vino affascinante, tanto più per me perché non ideologico ma più vero di tanti altri, oggi alfieri della naturalità aggressiva. I vini sono un pò come il proprietario, e questo per me è un grande pregio, eleganti, raffinati, semplici ma non di una semplicità ostentata, una semplicità naturale che li rendi originali, di territorio, e di grande piacevolezza e pulizia formale (il che non sempre accade con certi vini naturali).
Insomma sono vini che vorrei trovare più spesso al ristorante, anche nella nostra Maremma, dove di vermentini se ne trovano molti ma nessuno o pochi (Vermentino dell’azienda La Selva di San Donato per fare un esempio positivo) come questi. Un grazie speciale ad Andrea per averci dedicato il suo tempo, e speriamo di aver fatto tesoro delle sue esperienze.
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Ciao Gianpaolo, sono totalmente in sintonia con te. Recentemente ho partecipato, in rappresentanza di Slow Food, ad un incontro voluto ed organizzato da Marco Stefanini dal titolo “Autoctuve” e si è tenuto dalle tue parti, presso la fattoria il Duchesco. L’argomento principale erano sì i vitigni autoctoni, ma più in specifico si parlava delle uve del “nostro” territorio, la maremma, e delle isole dell’arcipelago. Ne è venuto fuori un piacevolissimo incotro con la conclusione che: puntare oggi su uvaggi autoctoni “nostrani” in una zona come la maremma, non è controproducente, anche in termini economici, ma, anzi, deve essere la via da seguire per staccarsi dal mare magnum delle aziende che ancora insistono esclusivamente su vitigni alloctoni e creare un vero e proprio mercato su questa tipologia di vini.
≡ Giulio on Luglio 9, 2007 13:00Durante il pranzo-degustazione, al quale hanno partecipato tra gli altri Mario Busso, curatore della guida “i Vini Buoni d’Italia”, e Luca Pollini, che nell’occasione ha presentato il suo libro sui vitigni autoctoni edito dall’Enoteca Italiana, abbiamo assaggiato diverse belle cosette. Non si trattava di vini pluripremiati e straparlati, ma di interpretazioni del territorio. Così sono rimasto stupito dai ciliegiolo del Duchesco, dalle ansoniche di Acquabona dell’Elba. Abbiamo assaggiato i prodotti di Mantellassi, Alicante e Sentinelle, rimanendo stupiti per la tipicità degli aromi (a proposito è vero che è uno dei pochi produttori ad avere ancora del sangiovese clone morellino?). Infine, i passiti, con una sorpresa che dovrebbe far riflettere. Un Moscato passito dell’elba di Montefabbrello, ormai in disuso sull’isola, ma che potrebbe rivaleggiare tranquillamente con i ben più noti passiti di Pantelleria.
Quando dici”…che si possono fare vini di grande personalità, non urlati e non sopra le righe, puntando più alla semplicità che alla tecnica…” sò di cosa parli e ne ho avuto la conferma.
Continua così!
Ciao.
Giulio
Grande Andrea!
Ero sicuro che vi sareste trovati in sintonia.
Se è vera la teoria francese secondo cui i vitigni danno il meglio di sè nelle latitudini più settentrionali compatibili con le loro esigenze di maturazione, con l’ansonica potresti fare grandi cose, magari con un po’ di fiano…
Luk
≡ Luca Risso on Luglio 9, 2007 13:16@Giulio. Peccato che non fossi al corrente dell’Autoctuve, tra l’altro il Duchesco è vicinissimo a casa mia e Marco Stefanini era il mio insegnate di tecnica agraria all’Istituto Agrario di Grosseto qualcosa come 25 anni fà…..
≡ Gianpaolo Paglia on Luglio 9, 2007 15:39Sul clone Morellino: mi sembra strano, anche perché non esiste. Esistono degli insiemi di cloni, quelli dei vecchi vigneti probabilmente diversi da quelli di oggi, ma non è stato mai stabilito quali. Ci sono delle ricerche in corso credo (perché non lo dicono), ma sull’identificazione siamo in alto mare. Nel frattempo, tutto il Sangiovese è Morellino.
@Luca. Speriamo, perché tutto sommato mi sembrano uve parecchio diverse.
Anche io ho avuto la fortuna di visitare Santa Caterina.
Ne ho ricavato la tua stessa impressione(che hai descritto molto bene).
Eleganza nobile non ostentata.
Nei vini e nel vignaiolo.
Devo ringraziario il proprietario dell’enoteca Defilla di Chiavari che me li fece conoscere.
Sono tra i miei bianchi italiani preferiti.
Ciao.Schigi.
≡ Schigi on Luglio 24, 2007 11:41Tra l’altro, e meriterebbe un post, sto riassaggiando il suo Fontananera 2006, il taglio di buonamico, fojatonda e ciliegiolo (se non sbaglio). Aperto quasi una settimana fa, con questo caldo, il vino è BUONISSIMO. Ieri sera io e mia moglie ce lo siamo goduto tantissimo. E’ un vino vero, con profumi delicatissimi ma intensi di frutta rossa. Un vino delicato ma pieno, elegante. Un grande semplice vino.
≡ Gianpaolo Paglia on Luglio 24, 2007 12:27Ciao Giampaolo,
ho iniziato a leggere il blog da pochi giorni e sto andando a ritroso negli articoli. Personalmente L’Ansonica è un vino ed un vitigno (l’uva è buonissima) che amo molto e ritengo che potrebbe essere il vitigno simbolo della maremma, si ritrova in tutte le vigne vecchie anche perchè, data il particolare spessore della buccia, era ed è usata come uva da appendere per l’inverno.
Se può esserti utile posseggo una piccola vigna nella zona di pomonte dove ci sono 3/4 fili di ansonica di circa 25 anni provenienti da marze del vecchio vigneto, ci sono due tipi di ansonica una con acino più grande e verde ed una con acino più piccolo e ambrato, ti posso assicurare che l’uva è fra le migliori che abbia mai visto (non sono esperto ma sono spesso fra vigneti).
Se stai cercando del materiale sono a disposizione, prima che il mal dell’esca finisca il suo lavoro.
Saluti
≡ maurizio on Agosto 1, 2007 17:30Maurizio, se avessi bisogno di contattarti?
≡ Gianpaolo Paglia on Agosto 1, 2007 18:50Credevo che potessi vedere il mio indirizzo e-mail, comunque la mail è:
domenichini@proatec.com
oppure
domenichini73@yahoo.it
Tel: 349 4438762
Saluti
Maurizio
≡ Maurizio on Agosto 1, 2007 19:38Anche il sottoscritto, maremmano di discendenza ma lombardo di nascita, apprezza moltissimo l’ansonica, più del vermentino. Apprezzo molto anche il ciliegiolo prodotto in maremma: anni fa assaggiai il “Bucchero” dell’azienda il Duchesco ad una rassegna di vini biologici a Festambiente… ottimo! Rimasi poi sorpreso di ritrovarlo ad una analoga rassegna organizzata in provincia di Pavia. Conoscendo la qualità dei tuoi vini, forza dunque con il ciliegiolo Gianpaolo!
≡ Andrea on Agosto 29, 2007 16:17