Sono sempre stato convinto che l’imitazione di modelli che funzionano sia una delle chiavi per migliorare la propria attività.

Nel mondo del vino mi guardo attorno e cerco modelli che mi piacciono, poi guardo a quello che facciamo noi in Italia e mi dico, perché non possiamo imparare anche noi?

Mi riferisco ad un recente contatto che ho avuto con dei colleghi del nuovo mondo, australiani, neozelandesi, e americani. Nei giorni scorsi, tra una tornata di vendemmia e l’altra, sono andato in Canada per una serie di “portfolio tastings” a Montreal (Quebec), Calgary e Edmonton (Alberta), Vancouver (British Columbia). Gli eventi erano organizzati dal mio distributore ed io ero l’unica azienda italiana. Con me c’erano però dei colleghi che si sono rivelati simpaticissimi, competenti, appassionati, produttori di vini estremamente interessanti, per niente banali e stereotipati come spesso amiamo catalogare i vini del Nuovo Mondo. Per me, anzi, veri vini di territorio, sopratutto grandi Pinot neri e Sauvignon blanc. Ma anche squisiti Syrah e Semillon, e perfino degli ottimi e malfamati Chardonnay in legno (uno ha esclamato: finalmente e’ finita l’ossessione degli Chardonnay senza legno!).

newworldprod.jpgin senso orario: Edward Donaldson, Pegasus Bay (Canterbury, NZ)| Shane McLaughlin, Canonbah Bridge (New South Wales, AU)| Allan Carter, Domain Serene (Willamette VAlley, Oregon, USA)| John Belsham, Foxes Island (Marlborough, NZ).

Ma qual’e’ stato per me il fatto piu’ eclatante? E’ che sono venuto a sapere da loro (i kiwis e l’aussie), che i loro governi danno un sussidio al loro lavoro di promozione all’estero. Oltre una certa soglia di spesa, e fino ad un certo limite massimo, per tutti i viaggi di lavoro di questi colleghi, impegnati nella promozione dei vini del loro territorio, il governo da’ a loro l’equivalente di quanto speso. Ovvero, rimborsa il 50 % delle spese: aerei, alberghi, vini, ristoranti, pubblicazioni e brochures, affitto di locali per la promozione, ecc. Tra l’altro, con un sistema di rendicontazione delle spese assai semplice e poco burocratico.

Oltre a questo, basta guardare il sito, per es., dell’ Australian Wine and Brandy Corporation, per trovare una miniera di informazioni su come fare i documenti per l’export, le etichette, il marketing, dati statistici sui vari mercati piu’ importanti, e le ormai famose Directions to 2025, ovvero quell’insieme di strategie che dovranno sviluppare l’industria del vino da qui al 2025 (con molti obiettivi gia’ raggiunti oggi).

Basta compararlo con il nostro equivalente….ma, qual’e’ il nostro equivalente? Se qualcuno sa che esiste un sito del governo italiano dedicato ad un settore che fattura 9 miliardi di euro, che contribuisce non poco all’attivo della bilancia agroalimentare, che porta nel mondo in modo prestigioso il nome del nostro paese che e’ il primo o il secondo produttore al mondo di vino, avrei piacere che me lo segnalasse, grazie.

La maggior parte delle aziende Neozelandesi, quasi il 95% a sentire John Belsham enologo, produttore, e pioniere del settore, sono convertite al tappo a vite, e stanno avendo grandi successi commerciali in tutto il mondo. La loro visione, da una periferia cosi’ estrema, e’ tutt’altro che provinciale. Sono persone che si muovono con facilita’ in USA, Inghilterra, Canada, e in in Europa, anche grazie all’aiuto dei loro governi. Hanno una mentalita’ aperta ma rigorosa, si basano su esperienza scientifiche (il tappo a vite ha uno storico che parte dalla fine degli anni ‘70, e le universita’ australiane e neozelandesi lo stanno studiando in modo sistematico da almeno 10 anni), ed hanno una grande passione.

Ho assaggiato una serie di Pinot Neri dalla Willamette Valley in Oregon, alla Nuova Zelanda, tutti ottimi, tutti diversi. In altre parol, vini espressione di terroir specifici e vocati.

In altre parole, e’ piu’ o meno l’ora che ci togliamo dagli occhi le fette di prosciutto, che buttiamo a mare la gran parte degli stereotipi sul Nuovo Mondo e i suoi prodotti, e che cominciamo a vedere se piuttosto non c’e’ qualcosa da imparare da questi signori (di nome e di fatto nella circostanza).

E poi, che si cominci ad assaggiare anche qualcosa di buono che si trova in questi paesi (e su quello ho qualcosa in mente).

Having met some high end wine producers from the “New Wolrd”. [Edward Donaldson, Pegasus Bay (Canterbury, NZ)| Shane McLaughlin, Canonbah Bridge (New South Wales, AU)| Allan Carter, Domain Serene (Willamette VAlley, Oregon, USA)| John Belsham, Foxes Island (Marlborough, NZ)].

I have to say that I’m very impressed with the quality of their work, the personality of their wines that are truly a good example of what “terroir” means, and the effectiveness of the promotion stategies put in place by their governments.

Australia and New Zealand help their winemakers and wine producers to disseminate the fruit of their work around the world. The producers are entitled to a grant up to 50 % of what they spend whilst abroad. Their governments offer a load of informations that are helpful for the export, starting with small but important details such as the labelling, to more strategically important long term (2025) programs to be put in place for the wine industry to succed in the world markets.

I’m sitting here, thinking of what we do in Italy, a country that is the first or second wine producer in the world, with millennia of winemaking on its shoulders, with thousands of wineries, 9 billions euro year turnover, and all of that. And my answer is that we are not doing enough! We are, by far, behind when compared with those countries, which experience on wine making is certainly more recent than ours, but that are putting a terrific effort in increasing the quality of their products, and that are very well organized in the marketing department, expecially when it comes to coping with world markets.

Haven’t we anything to learn from those guys? I don’t think so. We have plenty to learn and to “copy” from their experience. We have been mocking  them because their when copying the Old World way of making wines, etc. All of that is history now, and I think we should start to copy the New World in the way they present themselves to the world and the terrific organization that they have been able to display.



≡ Category: Riforme |




9 Comments so far


  1. l’altra sera avevo a cena un kiwi e il suo ospite toscano voleva fargli portare un pinot nero toscano. Al che gli ho detto che contro un NZ come Ata Rangi, un pinot nero italiano fa la figura della nazionale italiana di rugby contro gli all blacks…
    grassa risata però mi sa che c’ho ragione!!!

    Andrea Gori on Settembre 16, 2007 22:50
  2. ah, e per qualsiasi cosa tu abbia in mente, ci sono!

    Andrea Gori on Settembre 16, 2007 22:55
  3. Mi permetto di segnalare qualche lavoro pubblicato su InfoWine che tratta anche dei lavori di ricerca sullo screw cap realizzati in Australia:

    Peter GODDEN et al., “Il vino, le chiusure ed altre variabili del confezionamento. Prima parte.” http://www.infowine.com/Default.asp?scheda=3172

    Peter GODDEN et al., “Il vino, le chiusure ed altre variabili del confezionamento. Seconda parte.” http://www.infowine.com/Default.asp?scheda=3296

    Richard GIBSON “Vinificazione in riduzione - parte 3: imbottigliamento”
    http://www.infowine.com/Default.asp?scheda=1194

    Buona fine vendemmia!

    Giuliano Boni

    Giulo on Settembre 17, 2007 09:14
  4. @Andrea, non mi sembra che i kiwi la pensino così del Pinot nero di Luigi Mancini, grande rompic….., ma bravo.

    ≡ borntowine on Settembre 17, 2007 09:56
  5. Grazie a Giuliano. Devo dire che la quantità di informazioni che si trova sul loro sito, e sopratutto la qualità, è una cosa unica in Italia. Buon lavoro anche a voi.

    Gianpaolo Paglia on Settembre 17, 2007 10:18
  6. x Gianpaolo

    Parlando di screw cup guarda cosa sta organizzando uno dei piu’ importanti importatori di vino italiano in UK

    http://www.libertywine.co.uk/closure_campaign.htm

    ≡ Christian on Settembre 18, 2007 23:10
  7. Grazie Christian. Non avevo ancora visto il sito, ma l’iniziativa di Liberty Wine ha fatto parlare di se nei mesi scorsi. Purtroppo ha fatto parlare più per curiosità folcloristica (”che buffi sono questi inglesi”), che per il merito della questione. Sarebbe stato bello se avesse aperto un dibattito sull’argomento. Purtroppo non è stato così, perché il mondo del vino italiano è spesso ripiegato su se stesso e poco interessato a guardare avanti o fuori.
    Sul questione “chips” siamo andati avanti per mesi, anche lì animando un dibattito sterile (con argomenti del tipo: “fanno male alla salute”, oppure creando dei Comuni “chips free”…) e inutile, tanto è vero che ormai non se ne parla più e non è cambiato nulla.
    Discutere sullo screw cap, prendere atto dei numerosi lavori scientifici ormai disponibili, e non sulla fuffa, sarebbe un segnale quantomeno di curiosità intelligente. Quindi non avverrà…;-)

    gianpaolo on Settembre 19, 2007 07:22
  8. io non discuto sullo screw cap, lo uso. ;-)
    ok, la mia produzione è minima, però utilizzo per tutti i vini il stelvin lux+. i bianchi, il rosato e in primavera 2008 anche la mia prima riserva.
    la primavera scorsa noi, una decina di piccoli produttori, ci siamo messi insieme, abbiamo organizzato una macchina per provare (una dalla francia e una itliane, semiautomatiche) e tutti hanno totalmente o in parte imbottigliato così. nel 2008 la nostra nuova catena di imbottigliamnento mobile (siamo una cooperativa con circa 20 soci) sarà equipaggiata anche per chiudere le bottiglie col tappo a vite.
    abbiamo preparato anche un foglio che sspiega il perchè della nostra scelta e pone fine, speriamo, al “urban legend” del tappo che deve deve far respirare, ecc.

    reazione del mercato: tantissimi consensi (”finalmente!”) e pochissimi rifiuti di cui la forma di chiusura alternativa era più una scusa che non un motivo.

    armin on Settembre 19, 2007 13:49
  9. […] Ma la parte che mi interessa evidenziare qui è un altra. Questi argomenti sono stati tirati fuori durante un convegno della Wine Australia a San Francisco, dove per l’appunto il gestore di Fermentation era stato chiamato a parlare sui blogs a quella che lui stesso definisce “the industry that might be the most innovative technically and marketing-wise of any national wine industry on the globe”, l’industria del vino più innovativa e sensibile al marketing che ci sia attualmente (ne parlavo qualche giorno fa qui) […]

    Poggio Argentiera » Blog Archive » Come il mondo del vino guarda i blogs del vino? on Settembre 22, 2007 08:27

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    23 Maggio 2008 | Comments (1)