L’ultimo vermentino è entrato ieri a Poggio Argentiera.

vermentino.jpg

E’ la base del nostro bianco IGT Maremma Guazza. Stiamo veramente facendo uno sforzo straordinario sui bianchi, per cercare di tirare fuori qualcosa di più di quello che abbiamo fatto in passato. C’e’ una persona, un enologo di cui per ora non posso dire, che sta lavorando solo sui bianchi con un approccio diverso da quello che abbiamo usato.

Le maggiori differenze rispetto al passato sono: a) uva in cantina entro 3 ore dalla vendemmia b) pressatura del grappolo intero, cioè con il raspo c) una maggiore potenza di freddo a disposizione, che consente di andare in vasca per l’inizio delle fermentazioni a temperature di 15 °C, senza dover attendere il raffreddamento della vasca.

bicchieri.jpg

Contemporaneamente stiamo provando la fermentazione con bucce, e un altra fermentazione con diraspapigiatura, abbattimento della temperatura di 10°C prima di andare in pressa mediante un apposito scambiatore di calore.

Vi terrò informati.

Here we go with the Vermentino grape. It is one of the varieties that we use to make our IGT Maremma white wine Guazza (the other variety is Ansonica or Inzolia). We are seriously trying here. I mean seriously. I’ve emploied a consultant only for white wines, and we are much more equipped than last year with the only thing that seriously matter when it comes to white wines: cold.



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10 Comments so far


  1. Gianpaolo,
    non è che il tuo misterioso enologo è un…neozelandese? dalle mie parti infatti, quando si vuole “tirar fuori qualcosa di diverso” dai vitigni bianchi, si va alla ricerca degli esperti del Nuovo Mondo, preferibilmente neozelandesi, appunto (come fanno loro io il sauvignon blanc non lo fa nessuno…)

    ;-)

    Lizzy

    Lizzy on Settembre 18, 2007 11:43
  2. Iper-riduttrice!
    ;-)
    Luk

    Luca Risso on Settembre 18, 2007 13:39
  3. No, anche se per es. John Belsham di Foxes Island fa il consulente per alcune aziende europee. Come giustamente ammicca Luca, i loro sistemi di lavoro sono molto diversi, e almeno per noi rappresenterebbero un cambiamento troppo grande, anche considerato che per noi il bianco e’ una percentuale minima. Quindi, acqua!

    Gianpaolo Paglia on Settembre 18, 2007 20:14
  4. Però, a parte gli scherzi, penso che il vermentino si presterebbe bene a quella tecnica, che tuttavia non mi intriga più di tanto.

    Luk

    Luca Risso on Settembre 19, 2007 07:19
  5. La tecnica mi sembra piuttosto neutrale, nel senso che non deve mai entrare in contatto con l’aria. Qual’e’ il punto che non ti convince?

    Gianpaolo Paglia on Settembre 19, 2007 15:44
  6. Diverse cose.
    Una è ad esempio l’ammissione stessa da parte di chi ne è esperto (tipo Pojer) che tali vini da giovani marcano molto certe note vegetali riconducibili al Sauvignon. Oggi tantissimi prodotti mi pare (ma ho letto diverse opinioni simili alla mia) che sauvignoneggino alquanto pur non avendo nulla a che fare con tale vitigno, perdendo di fatto un po’ di identità o di territorialità.

    Luk

    Luca Risso on Settembre 19, 2007 16:08
  7. Non credo che “si creino” nuovi aromi in riduzione, ma che si preservino al massimo quelli che ci sono. In questo è ovvio che il Sauvignon ne benefici in modo particolare, essendo ricco di quegli aromi delicati e facilmente ossidabili che risultano maggiormente protetti.
    Comunque è sempre stata la mia opinione che non esiste una vinificazione perfetta, o una buona e una cattiva, concettualmente. E’ difatti impossibile fare buon vino senza uva buona. E generalmente i risultati poi si ottengono sempre, a prescindere dalle tecniche utilizzate, se l’uva è buona. Meglio se ottima. E il terroir allora? Se tutto, o molto, dipendesse dalla vinificazione, che posto avrebbe nella riuscita finale di un vino? Secondario? Non credo. Per questo dico che la tecnica scelta può essere importante, ma non è mai determinnte (il che non vuol dire affatto che si possa lavorare in cantina con approssimazione, naturalmente).

    gianpaolo on Settembre 19, 2007 18:41
  8. che si vuole uva ottima o almeno buona per fare altrettanti vini ormai - finalmente - è un luogo comune.

    comunque, anche se sono un seguace di un’enologia difensiva, le tecniche enologiche le ritengo importanti. non per migliorare un prodotto finale, ma per avviare il vino verso una certa tipologia desiderata.
    per cui lavorando uva buona e addottando pratiche enologiche con criterio si avranno sempre buoni vini per tanto differenti nella stilistica possono anche essere.

    armin on Settembre 19, 2007 19:41
  9. E’ un luogo comune, che ci vuole buon uva per fare un buon vino, ma è anche così ovvio che sembra che non sia vero per molti.

    Molta gente, specialmente i non addetti ai lavori, pensa che sotto sotto ci sia il verso di aggiustare la “roba” in cantina. Sai, le polverine, i chips, i lieviti, le macchinette magiche. Che non é che non facciano nulla, fanno, ma non trasformano la m….a in oro. Chi fa il vino lo sa. E’ bene dirlo e ridirlo anche a chi lo beve, perché alla fine è quello il fascino del vino.

    Gianpaolo Paglia on Settembre 19, 2007 20:26
  10. @Armin&Gianpaolo
    Avete ovviamente ragione. Tuttavia le tecnologia di cantina esistono eccome e sono formidabili proprio nel rendere “gradevole” un vino ottenuto con uve scadenti. Non dico buono, dico gradevole: una sniffata di fruttini e fiori freschi, un po’ di banana e dopo 10 minuti più nulla; ma intanto la bottiglia magari è finita (bella fredda) dietro una pizza. Cosa importa se dopo pochi mesi il vino svanisce? Niente. Avete presente la raccomandazione “da il meglio di se nel primo anno di vita”? Ecco, quel genere di vini non mi interessa.
    Il che non toglie che con le tecnologie più avanzate si possono fare grandissimi vini. Semplicemente questi ultimi probabilmente sono quelli che hanno meno bisogno di aiuti tecnologici.

    Luk

    Luca Risso on Settembre 20, 2007 06:59

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