Dove, tra le altre cose, si parla di vigneti collinari in Toscana, dell’Accademia dei Georgofili, di Cosimo Ridolfi, del parroco Giovan Battista Landeschi e del fattore della Fattoria di Meleto: Agostino Testaferrata.
Loading...Da un giro sui nostri vigneti di collina fatto con Marc Molinari (di cui sentirete parlare presto qui) che ha girato il video, mi sono venute fuori quasi come un torrente sotterraneo, tutta una serie di cose che studiavo a scuola (Fac. di Agraria alle Cascine, Firenze). E sopratutto le lezioni del, come altrimenti chiamarlo, mitico Professor Renzo Landi, Ordinario di Agronomia mio e di innumerevoli altri che sotto il suo stile severo, quasi ottocentesco, sono passati. Il Prof. Landi rassomigliava già fisicamente a un professore secolo XIX: alto, dai capelli bianchi fluenti, severo di quella severità fiorentina di chi sa di insegnare una materia che in questa regione veniva considerata un arte nobile e tra le più importanti: l’Agronomia. Si presentava in giacca di tweed e cravatta, in nessun modo ammiccante a un dandysmo di maniera, ma richiamante quella che doveva essere la divisa ufficiale dell’agronomo di un tempo.
Tutti si dovevano alzare in piedi quando entrava in aula il Professor Landi, unico tra tutti i professori della facoltà, e forse dell’Universoita’ di Firenze. E benche’ molti protestassero per questo atteggiamento, e ne pubblicassero anonime deprecazioni sui tazebao studentestichi, nessuno a mia memoria ebbe mai il coraggio di affrontarlo di persona. Il Professor Landi cominciava il suo corso di Agronomia con la storia dell’agricoltura, la mezzaluna fertile, l’ingegneria idraulica dei romani, e poi per finire l’epoca che forse ha rappresentato il picco dell’arte agronomica, il 1800 in Toscana, il cui solco fu tracciato da scienziati ma anche da figure eccezionali: parroci come il Giovan Battista Landeschi a San Miniato e fattori come Agostino Testaferrata, alla Fattoria di Meleto a Gaiole in Chianti.
Mi ricordo la fatica che ho fatto quando ho dovuto impiantare i miei 10 ha di vigneti collinari, nel cercare di riordinare le idee e attingere a professionalità oramai scomparse o nascoste. Quello che nel 1819 il Chiarenti, scienziato agronomo montaionese, descriveva così:
“tutto consiste nell’economico uso dell’acqua conducendola quasi per mano ove si crede utile. Se per esempio abbiamo in un luogo un poggio da spianare, si può benissimo ridurre con l’acqua facendo delle fossette, e dei cataletti sopra di esso, e lasciando corrodere dalla medesima tutta quella terra, che sarà necessaria a renderlo piano, e questa si può trasportare per mezzo di altre fossette ove saranno dei concavi per essere riempiti ”
oggi è quasi completamente dimenticato e rimpiazzato dalla forza bruta dei bulldozers a centinaia di cavalli. Perché occuparsi di condurre gentilmente le acque a colmare e scolmare. Perché perdersi nelle sistemazioni idraulico agrarie a spina, messe a punto alla fine dell’800 dal Testaferrata (che nomi incredibili) e ancora considerate la perfezione a metà del secolo scorso, o ingegnarsi in ciglioni che seguano le curve di livello, quando si può benissimo con qualche migliaio di ore di macchine potentissime (e carissime) rimodellare colline intere. Fare divenire un sistema di poggi una collina di pendenza unica, grigliando per togliere i sassi e colmando e scolmando dislivelli di metri e metri, spesso 4 o 5 o anche più metri. Si toglie tutto il terreno superficiale, il cosidetto strato fertile, lo si mette da parte. Poi si sbanca la collina, trovando terreno profondo e poco fertile, argille, qualunque cosa sia non importa. Si fanno tutte delle belle pendenze uniformi per ettari ed ettari, facili da condurre anche da chi non ha esperienza agricola di questo genere, magari proveniente dall’Africa o dall’Est europeo (’che gli italiani oggi non vogliono andare sul trattore signora mia, l’America è in Italia…). E poi vi si riporta per benino quei 40-50 cm di strato fertile, e vi si ripianta il vigneto. Il risultato è che spesso si vedono queste macchie enormi senza vegetazione, perché lì sotto c’e’ argilla dura, quella blu, buona per fare i vasi. Perché il terreno scivola a valle, anche grazie a quei filari a rittochino di centinaia di metri di lunghezza, e rimane lo strato non fertile.
Lungi da me fare il piagnisteo nostalgico, di quando si stava meglio quando si stava peggio, ma parlino da soli i risultati. Siamo sicuri che in questo modo è meglio, voglio dire nel medio lungo periodo? Non ci scordiamo che il vigneto è un investimento di 30 anni.
E che fine ha fatto tutta quella cultura agricola raffinata, che al Landeschi, nel 1810 faceva dire:
“Conviene pertanto che i padroni procurino saper sì bene quest’arte [l’agricoltura], e che tanto superino i loro contadini nella scienza di essa, quanto un bravo Architetto o Ingegnere, supera nella scienza di architettura coloro, che solo attendono a collocare e trasportare i materiali e le pietre nell’edificare una fabbrica.”
Oggi rimane solo la cultura dei ruspisti, che a € 150 l’ora spianano e sbancano. E i risultati spesso sono disastrosi, sia dal punto di vista economico, che agronomico che sociale.
Non sempre si migliora avanzando nel tempo. E detto da me, che sono un cartesiano puro, è roba.
Riferimenti:
1) Podere Grillo. Con una bellissima sezione sulle sistemazioni idraulico agrarie del Landeschi e una bella pubblicazione di Daniele Vergari dalla quale ho attinto le citazioni.
2) Renzo Landi. Università di Firenza. Sistemazioni idraulico-agrarie
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Bravo Gianpaolo! Gran bel video e bellissimo post: fai bene a ricordare quello che nel nostro Paese (la Toscana) era l’Accademia dei Georgofili (sara’ un caso che Cosa Nostra all’inizio dei Novanta la bomba a Firenze l’ando’ a mettere proprio li’?).
≡ Filippo Cintolesi on Ottobre 15, 2007 17:53E quell’arte che rammenti non era solo una questione di tecnica produttiva. Era anche il mezzo per cui fu costruito il Bello: il paesaggio toscano che e’ appunto larghissimamente opera dell’uomo. Mi hai fatto venire in mente anche un bellissimo libro ristampato l’anno scorso e che mi sono divorato, la Storia del paesaggio agrario italiano del Sereni.
Bellissimo il video che regala immagini dei tuoi vigneti. Purtroppo anche qui si vedono spesso le ruspe e gli sbancamenti per “creare” nuovi impianti. Sport diffuso, ahimè. Meno male che qualcuno la pensa in altro modo. Grazie.
≡ M.Grazia on Ottobre 16, 2007 02:21Salutone,
M.Grazia
Caro Gianpaolo,
se è vero che sei cartesiano, ciò che succede in giro non dovrebbe sorprenderti più di tanto…Rovesciando l’assunto di Descartes, per “essere” (bravi produttori, in questo caso) bisogna prima “pensare”… E invece troppi tuoi colleghi hanno sostituito al (proprio) pensiero critico (che va comunque esercitato) la passiva assunzione di mode/modi di fare, o i dettami del consulente di grido di turno.
Lizzy
≡ Lizzy on Ottobre 16, 2007 10:37caro gianpaolo,
da agronomo ho avuto anche io modo di passare sotto l’insegnamento del Prof. Landi e trovo che lo descrivi a perfezione.
Non posso poi che essere contento se citi la mia breve introduzione al libro di chiarenti che hai trovato sul sito dell’amico Panchetti (podere del grillo) proprio peché la riflssione che fai è quella che quello scritto voleva stimolare.
E’ incredibile osservare che dopo due secoli e mezzo di trattati di agronomia (da landeschi a ridolfi ad altri fino all’Oliva del 1950 circa) che affermano quanto in collina, e soprattutto in certe colline, sia dannosa la lavorazione e la sistemazione a rittochino ancora oggi questa è la più diffusa a scapito di soluzioni alternative, forse più onerose ma più sostenibili che potrebbero essere rappresentate dalla rielaborazione delle sistemazioni come terrazzi e ciglioni!
Ma ci sarebbero tante cose da dire…
un saluto
daniele vergari
≡ daniele vergari on Ottobre 24, 2007 15:50Ciao Daniele,
≡ Gianpaolo Paglia on Ottobre 25, 2007 11:12grazie per essere intervenuto qui sul mio blog. Hai fatto agronomia con Landi anche tu? Io mi sono laureao nel 1991, magari ci siamo incrociati?
C’e’ un fascino ed una bellezza in quell’arte agronomica che oramai sembra del tutto scomparsa. Come negli anni 70 fu l’epoca dell’architettura dei Geometri (senza offesa per la categoria), questi ultimi 20-30 anni sembrano il trionfo dell’agronomia dei ruspisti.
Quello che è grave è che sembra scomparso un patrimonio di conoscenze che ci vedevano ai vertici nelle sistemazioni idraulico agrarie di collina. La gente dirà, e chi se ne frega, ma bisognerebbe ricordare loro che il dissesto idrogeologico del Paese, che costa miliardi di danni e alucuni morti ogni anno, comincia lì.
Uno si aspetterebbe che un amministrazione moderna del territorio incentivasse certe pratiche di mantenimento del paesaggio, che tra l’altro hanno una valenza supplementare rispetto alla salvaguardia idreogeologica, se uno pensa che la Toscana è divenuta famosa nel mondo proprio per le sue colline, belle e funzionali, modellate a partire dal ‘700-’800.
Invece oggi gli agronomi sono per la maggior parte dei burocrati, impegnati nella presentazione di domande di contributi o a districarsi nella folle burocrazia che prevede che per impiantare mezzo ettaro di vigna si debbano creare faldoni di documenti alti venti centimetri. E così anche gli uffici provinciali dell’agricoltura sono ormai delle periferie della burocrazia di Bruxelles. Pare che nessuno abbia il coraggio di invertire la tendenza per la quale tutto si fa, ma non se ne capisce il senso. Basterebbe investire in giovani agronomi che riprendessero il patromonio delle conoscenze di un tempo arricchendolo con le nuove tecnologie, ed incentivare chi investe sulla bellezza e funzionalità del paesaggio agrario, invece che fare dei soldi una leva per controllare la legge della domanda e dell’offerta come avviene attualmente.