Stavo leggendo un post di Carlo Odello sul fatto che l’approccio al web 2.0 sia veramente utile alle aziende, o piuttosto non rappresenti una faticosa perdita di tempo.
La provocazione è interessante, perché effettivamente porta alla superfice quello che secondo me è il diffetto maggiore di molte aziende italiane, ovvero la scarsa o nulla propensione verso le necessità e le aspettative del cliente. Il famoso customer care.
Al tempo stesso, per tornare al mondo del vino, da molte parti si è parlato dell’utilità o meno di tante manifestazioni, come per es. il Merano Wine Festival (vedi Aristide, Vino Pigro, Mondosapore, o Poggio Argentiera), dove le aziende vinicole incontrano sia operatori del settore, ma sopratutto appassionati di vino. In altre parole clienti.
Le aziende del vino, forse molto di più della maggior parte delle aziende di produzione di altri generi, sono abituate a questo tipo di situazioni, dove l’incontro con il cliente e la spiegazione del prodotto proprio nel momento in cui lo si assaggia, sono all’ordine del giorno. E non si tratta di operazioni all’ingrosso, ma proprio di incontri uno ad uno, capillari, a volte anche in situazioni di disagio e di confusione, ma che consentono uno scambio diretto ed una interazione del cliente non mediata. Proprio nello spirito del web 2.0., solo che di solito lo fanno di persona, invece che su internet. Ma la sostanza non cambia, ed è per questo che io dico che il blog, o altri strumenti simili, sono alla portata di quasi tutte le aziende vinicole, perché non sono altro che una estensione naturale di quello che già fanno da molti anni, in molte occasioni e in molti paesi.
Prendiamo per es. questa degustazione alla quale ho partecipato Sabato scorso presso un mio cliente, Toscana der Weinladen, vicino Francoforte.
Il proprietario di una piccola enoteca, ma che da 17 anni si fa tutti gli anni il Vinitaly scegliendosi personalmente una sessantina di aziende italiane, importandosele in autonomia e contribuendo molto alla diffusione dei nostri vini nella sua area, ci ha chiesto di intervenire personalmente in una degustazione che organizza ogni anno. In sostanza ci ha chiesto di incontrare i suoi clienti, ovvero i nostri clienti. E così io ho fatto, volandomene dall’Inghilterra dove ero con la famiglia, per andare a parlare con persone normali, non con giornalisti, od importatori, o personaggi di grosso calibro. Ma piuttosto con l’impiegato, il professionista, la coppia appassionata di vini che sta intraprendendo un percorso di conoscenza, gente che normalmente viene in vacanza in Italia almeno una volta l’anno. Che vuole parlarti con il suo italiano (spesso ottimo) appreso sul campo. Gente che non si disdegna di farti facce strane o dirti apertamente: non mi piace. Insomma, una situazione non da tappeto rosso e glamour, ma un incontro sul campo, una full immersion nella realtà.
E con me ho trovato altri colleghi (Az.Agr. Gigante, Az.Agr. Albani, Bricco Mondalino, Podere Guado al Melo), che, chi in macchina e chi in areo, si sono fatti parecchi chilometri per fare la stessa cosa.
Insomma, non siamo già web 2.0 noi del vino? Quante sono i settori che possono dire la stessa cosa?
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Sono d’accordo, io credo che l’enomondo sia un po’ piu’ avanti di altri settori; se non altro perche’ ci sono meno sbarramenti di tipo commerciale: mentre in altri àmbiti il rapporto diretto produttore-consumatore (la famosa disintermediazione) sembra una chimera a causa di meccanismi protezionistici o veri e propri cartelli creati dai “men-in-the-middle”, qui le cose scorrono facili; essendo io un “man in the middle” questo potra’ suonare strano, ma io sono tra quelli che considerano il due-punto-zero un’opportunita’, con tutto cio’ che significa, pure dal punto di vista commerciale; non certo una iattura. Anzi, aspettiamo tutti che la cosa si allarghi ad altri settori; i meccanismi innescati dal 2.0 sono potentemente libertari, direi.
≡ Fiorenzo on Novembre 22, 2007 13:36D’accordo anch’io.
La gente del vino è così 2.0 (o anche 3.0, se vuoi) che ritiene del tutto superfluo il ricorso ad altri mezzi/tecnologie.
Di qui l’eterna questione “ma perchè il mondo del vino non usa/non ama/ignora/diffida delle nuove tecnologie?”.
Perchè le “nuove tecnologie” sono gli stessi produttori/vignaioli…evidentemente.
L.
≡ Lizzy on Novembre 22, 2007 20:10@ Lizzy: diciamo che una parte della gente del vino è 2.0. In generale mi pare che i grandi siano molto affezionati a marketing mix classici e probabilmente un po’ da revisionare. Tra l’altro alcuni di questi signori sono tutt’altro che amichevoli e aperti al confronto, arrocati in una superbia che risulta fastidiosa.
≡ Carlo Odello on Novembre 22, 2007 23:30Hai ragione Carlo, ma in genere si tratta di coloro che hanno rendite di posizione consolidate, ai quali in genere non piace mai mettere in discussione il proprio operato. Mi pare una situazione piuttosto ricorrente nel nostro paese, non trovi?
≡ Gianpaolo Paglia on Novembre 23, 2007 11:26Gli altri, quelli che la mattina si devono alzare e cominciare a pedalare, tra cui me e migliaia come me, sono molto più pronti al dialogo. Alcuni vivono il vino (e non solo…)a forza di dogmi, e coi dogmi non si discute…
E come dici, Gianpaolo. Solo nel mondo del vino può capitare che un Carneade come il sottoscritto possa bussare ad una porta ad un’ora qualsiasi e trovarsi davanti il signor Nomedelvino che perde una mazz’ora, anche un’ora per raccontarsi e raccontare, ascoltando con sincero interesse magari anche qualche sciocchezzuola, con una *verità* assoluta ed innegabile di persona vera, donando frammenti veri di sè e non son patate. E non certo per quei due cartoni che posso infilare in macchina…
≡ Stefano Caffarri on Novembre 24, 2007 01:10