Un commento di Saverio Petrilli, agronomo della Fattoria di Valgiano, al mio post sui vini naturali, di cui riporto un estratto: “…Ma i risultati di un agricoltura biodinamica pratica sono indiscutibili e visibili immediatamente agli occhi di agricoltori…” mi ha fatto riflettere.  Subito di primo acchitto per il fatto che, se uno ha come me un background di studi scientifici solido, sa che la scienza rimette costantemente in discussione le sue verita’, e che di indiscutibili in genere ci sono solo i dogmi. Eppure la scienza ci da delle certezze ragionevoli su molte cose. Con questo non voglio affatto criticare l’affermazione di Petrilli, che sono convinto essere vera per lui e per tutti quanti si professano onestamente sostenitori di quel metodo.

La riflessione che vorrei condividere con voi e’ la seguente: come mai, in un paese come il nostro che e’ ricco di facolta’ di Agraria, alcune anche prestigiose, che e’ stato la culla dell’agronomia moderna con le sistemazione idraulico agrarie di collina (Landeschi, Testaferrata, Ridolfi, Chiarenti),  ci si debba ridurre ad affermare delle verita’ individuali, e non ci sia invece uno studio organico, una evidenza scientifica, un ricercatore universitario, del CNR, o di altri numerosi (forse troppi?) istituti di ricerca pubblici, che si metta ad indagare sulle evidenze della coltivazione della vite convenzionale, biologica e biodinamica e sui vini che ne derivano.

Eppure non sarebbe impossibile. La parte piu’ diffcile e piu’ costosa, quella delle sperimentazioni in campo, sono convinto che troverebbe numerosissimi viticoltori disponibili a dare una mano (me incluso).

Mettere qualche tesista a lavorare seriamente, con una sperimentazione impostata bene con tesi e controtesi, solida dal punto di v ista statistico e metodologico, al servizio di un settore importante e su temi caldi e sentiti, sia dagli operatori del settore che dal pubblico, in un paese che e’ il primo produttore al mondo di vino, in fondo non dovrebbe essere impossibile.

Si ha invece, come l’impressione che la ricerca in questo settore non riguardi mai quello che veramente il mondo del vino vuole sapere: il biologico, il biodinamico e il convenzionale; i tappi in sughero e i nuovi sistemi di chiusura; le vinificazioni senza solfiti o convenzionali; le zonazioni delle principali aree vinicole; i cloni e i portainnesti piu’ adatti; le varieta’ autoctone e rare; le resistenze alle malattie, ecc. ecc.

I casi sono due: o gli enti deputati alla ricerca in Italia non fanno nulla di tutto questo, oppure sono molto, molto indietro in fatto di comunicazione di quello che fanno e di come dovrebbe trovare applicazione. In entrambi i casi la situazione e’ insostenibile e dovremmo fare qualcosa per cambiarla. Sapere che ci sono delle evidenze sarebbe per me, e scommetto anche per molti altri viticoltori, molto piu’ convincente e incoraggiante di richiedere un atto di fede.

Ed un dovere per una comunita’ scientifica con la nostra storia.



≡ Category: Vino |24 Comments




24 Comments so far


  1. Condivido la tua preoccupazione ed il relativo sconforto.
    Per la limitata esperienza che ho (settore ortofrutta), gli enti pubblici deputati alla ricerca sono ormai delle scatole vuote, quasi sempre con costosi, improduttivi apparati amministrativi e con pochissimi ricercatori attivi, in attesa del vicino pensionamento. Trenta anni fa lavorai come borsista, per un anno, in un istituto di ricerca del Ministero dell’Agricoltura (IVTPA), allora formato da tre sezioni. La sezione ove operai aveva un direttore, 3 ricercatori di ruolo, tecnici di laboratorio e vari borsisti, alcuni dei quali provenienti dall’estero. Pochi mesi fa mi risulta essere andato in pensione l’ultimo ricercatore della mia generazione. Senza turn over, ovviamente!
    Con poche eccezioni, oggi la ricerca la fanno prevalentemente i privati (leggasi grossi imprenditori, che spesso sono anche vivaisti), in funzione della comprensibile possibilità di collocamento delle nuove varietà da proporre al mercato.
    Il poco che si fa a livello pubblico è spesso realizzato nell’ambito di progetti locali, quasi sempre mal comunicati.
    Spero di sbagliare, ma sono molto pessimista.

    ≡ Andrea Toselli on maggio 21, 2009 07:13
  2. Recentemente ho discutendo di biodinamica con un produttore biodinamico che conosci anche tu. Questi mi ha detto che esistono studi molto seri di istituti universitari stranieri (tedeschi credo) che dimostrerebbero la superiorità organolettica dei prodotti biodinamici. Mi chiedevo appunto perché rifarsi a una fonte straniera, se perché meno controllabile e quasi “automaticamente” più credibile, o perchè in Italia proprio non esista ricerca in merito. Tu che sei un valido agronomo forse avrai modo di verificare questa cosa meglio di me.
    Luk

    Luca Risso on maggio 21, 2009 10:30
  3. Aderisco in toto alle tue considerazioni. Mi sono posto anch’io i medesimi quesiti nel recente passato.
    Purtroppo, temo che non possiamo fare molto: contrastare le frequenti banalizzazioni sul tema, discuterne sui nostri rispettivi blog.

    Giampiero alias Aristide on maggio 21, 2009 10:57
  4. Nel picchiarmi sul rispetto globale della natura e l’ottenimento di qualità ho notato che l’istituto agrario di san michele dell’adige lavora molto e molto bne sulla materia.
    Di seguito il link, provare a contattarli non costa nulla
    http://www.iasma.it/

    Ho trovato, sempre lavorando per erudirmi, molto interessanti anche i paper di Veneto agricoltura, sito http://www.venetoagricoltura.org
    Anche qui contattare non costa nulla.
    Spero che il tuo sforzo abbia un seguito, io non riesco a sposare appieno il biologico perchè soffre di carenza di sperimentazione e porta spesso a deviazioni qualitative se preso tout-court.

    Ciao
    Tom

    Tomaso on maggio 21, 2009 10:58
  5. Lo studio del suolo ai fini della valorizzazione delle vocazionalità colturali del territorio figura da più di venti anni tra i settori specifici dell’attività di ricerca dell’Istituto Sperimentale per lo Studio e la Difesa del Suolo (ora CRA- ABP Centro di ricerca per l’agrobiologia e la pedologia). La valorizzazione della vocazionalità colturale infatti è uno degli strumenti più efficaci per la tutela della tipicità delle produzioni e per la protezione dai rischi di degradazione del suolo. In particolare, lo studio delle relazioni fra qualità del suolo e dell’ambiente e qualità dei prodotti evidenzia l’esistenza di una positività locale delle risorse che è strettamente connessa alla specificità degli ambienti di origine e che va adeguatamente tutelata. Tale specificità è generalmente indicata con il termine “vocazione colturale” ed è da più parti ritenuta una delle maggiori prospettive di successo dell’agricoltura nazionale all’interno del mercato globale. Il riconoscimento della “vocazionalità” di un territorio ha bisogno della ricerca delle sue peculiarità, che ne esaltino la sua “esclusività”. In altre parole, sono i caratteri peculiari di un territorio e la loro funzionalità, cioè l’influenza che determinano sulla variabile di risposta, la qualità di un vino ad esempio, che determinano l’unicità di quello specifico areale di produzione. L’unicità di un areale di produzione è quindi un valore aggiunto alla qualità che può essere determinante per il successo di una coltura.
    Il nostro gruppo di ricerca ha prodotto numerose pubblicazioni scientifiche e monografie sull’argomento della zonazione colturale di vite ed olivo, tutte disponibili gratuitamente su richiesta ed è disponibile ad esaminare proposte di collaborazione scientifica con agricoltori interessati ai temi dell’agricoltura biologica e biodinamica, soprattutto in relazione ai fattori funzionali del suolo e alla risposta qualitativa del vino.
    Cordiali saluti

    Edoardo A.C. Costantini
    CRA-ABP
    Centro di ricerca per l’agrobiologia e la pedologia
    Piazza M. D’Azeglio 30
    50121 Firenze

    Edoardo Costantini on maggio 21, 2009 17:05
  6. @Edoardo Costantini. Prima di tutto grazie, perche’ queste discussioni finiscono sempre con l’assenza di coloro di cui si parla, nel nostro caso, i ricercatori.
    Sono sicuro, anzi so per certo dalla mia esperienza precedente di ricercatore, che in Italia ci sono le eccellenze, quelli che lavorano sodo e seriamente, in alcuni casi e nonostante le infrastrutture, ai massimi livelli.
    Questo pero’ non basta, mi verrebbe da dire che non basta piu’ ma in realta’ non e’ mai stato sufficiente. Occorre anche comunicare, trasferire, rendere effettivamente disponibile quello che la comunita’ scientifica fa a chi ne potra’ beneificiare. Altrimenti e’ come avere una magnifica autostrada che non porta da nessuna parte.
    Da parte mia voglio fare proposte concrete in questo senso, le sto pensando e le proporro’ a breve su questo mio blog.
    Per il momento posso assicurarti che la mia azienda, di 22 ha di vigneto di proprieta’ su due appezzamenti molto diversi, con le persone che vi lavorano, e’ a disposizione FATTIVA per progetti SERI di ricerca. Quando dico progetti seri intendo studiati bene a priori e portati avanti con impegno. Io il mio lo garantisco.
    E posso anche impegnarmi a coinvolgere altri imprenditori del settore.
    Quando si comincia?

    Paglia on maggio 21, 2009 21:47
  7. ok, sono di parte.
    ma propongo lo sesso questo link: http://www.laimburg.it/it/difesa-delle-piante/571.asp?redas=yes&aktuelles_action=4&aktuelles_article_id=214947

    saluti
    armin

    armin on maggio 21, 2009 22:27
  8. @Armin. Una domanda, come divulgate i risultati delle vostre ricerche ai viticoltori e produttori di vino della regione? Vedi che loro poi prendono spunto dalle vostre ricerche per migliorare il loro lavoro?

    Paglia on maggio 21, 2009 22:57
  9. @ paglia: ogni anno alla fine dell’estate facciomo una giornata, dove presentiamo attraverso relazioni i risultati dei progetti conclusi. nell’intervallo e dopo si possono degustare i vini delle sperimentazioni.
    l’invito lo ricevono tutti i produttori della zona direttamente e attraverso le circolari delle associazioni di categoria.

    inoltre pubblichiamo principalmente sulla rivista mensile del centro di consulenza (ppp) questi resultati. lavori che possono interessare anche persone fuori del sudtirolo vengono inviati a riviste italiane e non: http://www.laimburg.it/it/enologia/1067.asp

    questo è tutto, nel nostro piccolo di 5.000 ettari…

    armin on maggio 21, 2009 23:18
  10. Ho seguito con interesse il post sui vini naturali ed i commenti relativi, da produttore di vino naturale. Non sono intervenuto poiché la discussione mi pareva già ricca. In questo caso, però, due parole vorrei dirle. Il fatto che le tecniche “biodinamiche” o “naturali”, in tutte le diverse applicazioni ed interpretazioni, non siano oggetto di studio nelle università di agraria non mi stupisce. Mi stupirei del contrario. Chi ha un minimo di conoscenza di filosofia della scienza sa che la ricerca procede per grandi paradigmi che a loro a volta si concretizzano in modelli interpretativi che aiutano da un lato a spiegare a livello teorico le dinamiche studiate e dall’altro a rendere possibile la ricerca applicata. Le scienze naturali funzionano in questo modo e così anche alcune scienze umane (l’economia, ad esempio). Tutto ciò deriva da una lunga storia che inizia in qualche modo con Cartesio e si dipana attraverso il positivismo sino alla fondazione delle moderne scienze fisiche. Il problema di fondo è che la biodinamica (così come l’omeopatia o la medicina alternativa per quanto concerne la scienza medica) non sono fondate sulla moderna scienza positiva e, dunque, su una certa filosofia della scienza, ma fanno riferimento ad un mondo filosofico ed interpretativo completamente differente ed in qualche modo irriducibile ad una spiegazione scientifica (secondo ciò che definiamo scienza nella modernità). Non è una questione di esoterismo (come ho letto con un pò di fastidio). E’ semplicemente una costruzione teorica e filosofica radicalmente diversa. Tutti i tentativi in atto di ricondurre la biodinamica o certa agricoltura naturale dentro al più vasto paradigma della agricoltura “scientifica” sono comprensibili ma denotano l’idea, ormai datata in filosofia ma anche nella stessa fisica classica, che la scienza moderna, occidentale, positiva sia la sola Verità, l’unica spiegazione plausibile del mondo e della natura. Mentre si tratta solo di un modello, di una interpretazione, di una costruzione teorica (valida per spiegare alcune dinamiche ma che non si può estendere a tutto lo scibile: si pensi alla fisica quantistica ed al concetto di indeterminazione).
    In questo senso l’agricoltura, forse perché più soggetta alle pressioni delle multinazionali del settore che controllano in larga parte le università, è rimasta molto indietro e pertanto bolla come esoterico, sciamanico e metafisico alcune pratiche che sono conosciute dai contadini da sempre.

    corrado dottori on maggio 22, 2009 14:57
  11. @corrado. Quindi tu vuoi dire che e’ inutile affannarsi perche’ “gli indiscutibili risultati dell’agricoltura biodinamica” sono quello che sono, ovvero indiscutibili e quindi e’ inutile studiarli? E quindi si deve accettarli come atto di fede? Contento tu.

    Io purtroppo ho poca dimestichezza con la filosofia della Scienza e tutto il resto. Quando c’e’ un fenomeno che mi interessa cerco di capirne le ragioni perche’ sono convinto che esista una spiegazione razionale a tutto, anche se in alcuni casi sono disposto ad ammettere che la Scienza possa non essere ancora in grado di spiegarli. Amo l’empirismo, se qualcosa funziona ma non lo capisco, lo accetto. Pero’ tendo a volerlo verificare: Tesi A, funziona – Tesi B, non funziona. Dopodiche’ se qualcuno mi spiega anche il perche’, e’ il massimo, altrimenti vivo contento lo stesso.

    Per quanto riguarda i vini cosidetti naturali una ulteriore complicazione e’ che non tutti hanno la stessa idea di cosa siano, ed e’ anche giusto cosi’. E probabilmente e’ giusto che ognuno si attrezzi nel modo a lui piu’ familiare per cercare di capirne le ragioni. Questo ha, peraltro, l’indiscutibile vantaggio di lasciare ognuno libero di fare la sua strada, per fortuna.

    Per quanto riguarda le multinazionali che controllerebbero in larga parte le Universita’, purtroppo, per quello che ho potuto vedere io, di controllo li’ dentro (almeno in Italia) ve n’e’ ben poco, ne di multinazionali (che se ne impippano, con rispetto parlando), ne d’altro.

    Paglia on maggio 22, 2009 15:39
  12. Non ho detto che è bisogna accettare certi risultati come atto di fede. Ho detto un’altra cosa. Ho semplicemente detto che il fondamento della biodinamica non è la filosofia positivista e dunque non può essere spiegata totalmente con la moderna scienza chimico-fisica. Questo non significa che resti inspiegabile ma che per capirla, se lo si vuole davvero, si debba fare lo sforzo di immergersi in altri mondi filosofici: dove, ad esempio, non esistono misurazioni ma sensibilità, dove non esistono verifiche empiriche ma energie spirituali. So che può essere difficoltoso, ed infatti io stesso mi sono arenato, ma è un mondo che va rispettato come va rispettata la medicina cinese che nulla c’entra con la nostra. In ogni caso il libro di Nicolas Joly è un primo passo per avvicinarsi alla questione.
    Per quanto riguarda le multinazionali non volevo far polemica. Ma basta prendere una qualsiasi ricerca condotta in università e vedere chi ci mette i soldi.

    corrado dottori on maggio 22, 2009 16:09
  13. @Corrado
    Parte dell’equivoco però è dovuto IMHO proprio a molti produttori biodinamici, che ricorrono volentieri a tentativi un po’ sciocchi di razionalizzazione delle loro pratiche, rpba come la cristallizzazione sensibile, o le ricerche delle università (straniere) che dimostrano la migliore qualità di un prodotto biodinamico, senza aggiungere dettagli su come si misura questa qualità o in che contesto è stato ottnuto il dato, se in una annata dove non è piovuto mai, o in continuazione come nel 2008. Se fai caso si parla sempre di corno letame, perché sembra “verosimile” che microorganismi (quali?) si sviluppino nel letame e possano colonizzare un campo, ma quasi mai siparla di corno-silice, esssendo impossibile da spiegare come dell’ossido di silicio, cioè sabbia, in proporzioni omeopatiche possa avere effetti così portentosi. Insomma il metodo scientifico o si accetta o non si accetta, non ci sono vie di mezzo.
    Luk

    Luca Risso on maggio 22, 2009 16:34
  14. Anch’io non sono interveenuta nella discussione sui vini biodinamici per dar spazio ad altre voci, ma tu sai, Gianpaolo, quanto l’argomento mi interessi e mi stia a cuore. E sicuramente ricordi la lunga discussione (a puntate) tenutasi quest’inverno sul Corriere Vinicolo e su Focuswine.
    Che, mi pare, si sia risolta con un sostanziale 1 a 1 , o 0 a 0 se preferisci: insomma, un pareggio. E ciascuno resta della sua idea. Circa la ricerca in viticoltura ed enologia, io posso solo portarti l’esempio in gran parte sconfortante della facoltà veronese di viticoltura ed enologia: partita con tante belle intenzioni, a distanza di poco tempo è anadat sempre più scollandosi dalla base produttiva. Non si riesce a sapere cosa facciano, cosa studino e/o ricerchino – ammesso che lo facciano, poi – le figure di riferimento latitano, mentre si rincorrono voci di invidie accademiche, gelosie e sgambetti tra docenti… Comunicazione? Zero via zero. gli unici momenti in cui trapela qualcosa da questa specie di torre d’avorio è quando la sezione locale di Assoenologi organizza “qualcosa” – una giornata, un convegno – in collaborazione con l’Università. Mai visto il contrario, che l’Università organizzi qualcosa con e per enologi e produttori. E, se lo fanno, si guardano bene dal dirlo ai giornalisti. Soprattutto a quelli specializzati. Si sa mai che comincino a fare domande imbarazzanti, o ficchino il loro nasetto curioso laddove non si ha piacere che lo facciano…
    :(

    Lizzy

    Lizzy on maggio 23, 2009 20:25
  15. Stamattina si e’ parlato di questi temi alla trasmissione di Davide Paolini su Radio 24 (chi riesce a scaricare il podcast mi dica come si fa che mi ci sto incartando da tutto il giorno http://www.radio24.ilsole24ore.com/main.php?dirprog=Il_Gastronauta).
    Sono stato chiamato ad intervenire anche io, anche se purtroppo ho potuto seguire solo una piccola parte perche’ sono all’estero. Comunque mi ha fatto piacere perche’ signiica che la discussione che si e’ sviluppata qui e’ stata d’interesse generale.

    Paglia on maggio 23, 2009 23:38
  16. Caro Giampaolo, leggo questo post e sincermanete non capisco. non mi sarei apsettato da te una tale risposta all’affermazione di petrilli (che sicuramnete fa molto il santone) ma sta ottenendo ottimi risusltati. ancor di più sapendo che il tuo consulente nella sua azienda lavora (o dice di lavorare ) in biodinamica, o sbaglio??
    le ricerche estere di cui parlate sono state fatte in svizzera e presentate da nicolas joly e non solo, in diverse conferenze (per esempio presso unisg). In italia non è possibile fare pubblicità neanche all’omeopoatia….ve ne siete accorti?? la ricerca riguardava 25 anni di confronto tra 3 campi sperimentali 1 in convenzionale, 1 in biodinamico e 1 in biologico. naturalmente, la sostanza organica presente, la capacità del suolo di autoregolarsi più facilmente al caldo e al freddo, la maggior presenza di erbe spontanee senza nessuna infestante e la maggior presenza di vita microbica e di LOMBRICHI, hanno portato a vincere il campo biodinamico. questa è solo una delle tante cose che è stata fatta in merito, è solo che l’italia per la libertà di informazione è al 72 posto nel mondo e quindi certe cose bisogna andare a cercarle.
    l’antroposofia, siamo d’accordo, è una scienza non scienza (così definita dal mondo moderno) proprio perchè a fattori puramente scientifici si uniscono percezioni astrali e studi che forse erano molto più usati dalla grandi civiltà del passato. da uomo di scienza, non credo sia difficile comprendere, come il preparato 500 funga da inoculo di microrganismi al terreno. la sua composizione è principalmente sterco di vacca lasciato riposare in un corno per un inverno(questa è la parte meno scientifica), una volta estratto se ne prendeno 130g/ha, si dinamizzano moltiplicando in modo esponenziale i ceppi di microrganismi presenti e si va a distribuirlo sul terreno così che esso possa in un certo qual modo essere digerito, fermentato, trasformato in humus, tu ben sai che l’humus è l’unico mezzo di trasferimento degli elementi nutritivi alle radici e l’unico mezzo in grado di strutturare davvero il terreno senza mai compattarlo e farlo diventare asfittico (questa è la parte scientifica).
    durante l’ultimo convegno di enoforum, per esempio, la aiab ha presentato uno studio sulla fermentazione e mantenimento senza solforosa, con l’uso di tannini, co-inoculi e filtrazioni.
    credo che la ricerca stia davvero facendo tanto in questo campo, vai a vedere anche il sito di agribio della quale sono responsabile per la toscana.
    certo che la biodinamica ha bisogno, più di un’altro protocollo di produzione, di zone vocate ma essendo per sua natura una metodologia che è necessario adattare ad ogni condizione, i risultati, come dice saverio, sono davvero visibili ad occhio nudo.
    questo perchè a differenza del biologico e del convenzionale, in biodinimaca il nostro interlocutore è la terra prima di tutto e poi le piante (coltura) che in essa vivono. il concetto credo non difficile, è quello di avere come primo obbiettivo, l’ottenimento di un substrato (terra) che sia il più sano e quindi vitale possibile. questo vuol dire, non avere dilavamenti, ruscellamenti, compattamenti, problemi nutrizionali e piante infestanti. che varietà hai di piante spontanee nell’inerbimento delle tue vigne? ci sono i segni del trattore nei filari? le tue piante senza trattamenti si ammalano di brutto? hai mai visto una coltura spontanea e biodiversa da almeno 10 anni ammalarsi fortemente? questo è l’approccio, una visione olistica delle nostre vigne e della nostra vita.
    non ti da fastidio pensare che i nostri operai rischino ogni volta che fanno un trattamento? questo dovrebbe bastare ad ognuno di noi per cercare di cambiare, la biodinamica è un’agricoltura sociale e per questo a volte vale molto più la semplice esperienza delle tante domande.
    anche per me, uscito dall’università non è stato facile capire il legame fra tutte le varie filosofie produttive ma oggi mi è più chiaro e si possono ottenere risultati almeno uguali a quelli che ottieni adesso ma senza alcun veleno.
    sono consulente presso un’azienda che cristian ed io abbiamo voluto impostare proprio così, le sorgenti sta iniziando la conversione e così anche l’azienda di lenzini a lucca. ci vogliono anni ed è difficile solo cambiare la nostra mentalità, ma davvero si può cambiare.
    magari un giorno ne parliamo con calma.
    http://www.tenutabelvedere.it
    per quanto riguarda le altre ricerche che dici, gli studi ci sono. per esmpio il tappo si sughero è il meno inquinante, con la vite si ha ossidazione e con il silicone riduzione (enoforum 2009), un’altra bellissima ricerca è stata fatta da arsia sul numero di piante ad ettaro di sangiovese che porta il miglio risultato nelle zone del chianti 4500/5000 ceppi ettaro….
    purtoppo hai ragione su un punto fondamentale: in italia ci sono davvero poche opportunità di comunicazione.
    mi auguro di averti incuriosito ancor di più sull’argomento bd e soprattutto di aver stimolato la tua personale ricerca in questo campo, giusto per lasciare una terra sana a chi verrà.
    a presto filippo

    ≡ filippo ferrari on maggio 28, 2009 17:44
  17. @Filippo. Ma e’ mai possibile che su questo argomento non ci possa confrontare senza dividersi in schieramenti contrapposti? Io non ho affatto inteso attaccare Petrilli, ma ho riportato la sua leggitima opinione, ponendo l’accento sull’aggettivo che lui usa, “indiscutibile”. Quello che a me interessa non e’ tanto il mettere in discussione i risultati che lui, tu, o molti hanno ottenuto. A me interessa sapere perche’ non debba esistere in Italia un confronto scientifico, basato su numeri, tesi e controtesi, statisctica, ecc. Lo dico da ex ricercatore e lo dico perche’ in Italia esiste, o dovrebbe esistere, una ricerca scientifica pubblica che dovrebbe occuparsi degli argomenti che interessano alle persone del settore.
    Aggiungo, caso mai ci fosse qualche dubbio, che vorrei vedere applicato il metodo scientifico, non perche’ spero di confutare le tue tesi o quelle di Petrilli, ne’ penso che questo sarebbe possibile perche’ ha diritto di cittadinanza anche chi rifiuta questo approccio (vedi ad es. Corrado Dottori nel suo commento). A me interessa perche’ vi sono persone, come me, che non sono attratte dalla visione olistica, ma dalla visione razionale, che potrebbero essere in questo modo invogliate a intraprendere dei nuovi approcci.
    E lo ripeto, caso mai non fosse chiaro: non sono contrario ai vini “naturali” e non sono invogliato a far cambiare opinione su di essi a chicchessia.

    Paglia on maggio 28, 2009 21:15
  18. scusa ma continuo a non capire la tua posizione, mi sembra di aver scritto diversi esempi di ricerca in italia. comunque buon vino e magari ci si vede all’anteprima.

    ≡ filippo ferrari on maggio 29, 2009 10:16
  19. scusa Filippo, quello che tu hai citato e’ una ricerca Svizzera, presentata da Joly, che mi risulta essere un ottimo produttore ma non un ricercatore (tra l’altro ho letto ieri una sua intervista sulle sorgentidelvino che spero sia stata tradotta male, altrimenti, mamma mia). Mi piacerebbe leggerla, parlarne con qualcuno, magari mi puoi aiutare tu.
    Ma questa ricerca, che tu citi, ha esaurito tutta la tematica? Sapere come veramente funziona la faccenda del corno letame, la dinamizzazione, le influenze astrali, non ci puo’ interessare un po’?
    Mi sembra, mi sbagliero’, che se uno vuole vedere una ricerca dove c’e’ un campo seminato col corno letame ed uno senza, e poi verificarene l’efficacia (con tutta la parte statistica messa a puntino), per capire se serve o meno, passa da provocatore. Ma tu, non vorresti sapere se tutte le azioni che fai hanno un significato, oppure qualcosa puo’ essere migliorato, o eliminato? E ancora, ma non c’e’ nessun dipartimento di agronomia in Italia che si quantomeno incuriosito e metta qualcuno a fare una cosa del genere?
    Io francamento non capisco perche’ tu non capisca, ma sono sicuro che davanti ad un paio di bicchieri del tuo eccellente vino ci capiamo meglio :-) (purtroppo non ad anteprima…sono fuori).

    Paglia on maggio 29, 2009 16:07
  20. Giampaolo, scusami se intervengo nuovamente. Ho visto che citi il mio commento inserendomi fra coloro che rifiutano l’approccio scientifico. Lungi da me. La mia posizione è ben diversa. Tanto è vero che io NON faccio agricoltura biodinamica. Sono attratto da essa e ne applico alcuni principi ma, proprio perché provengo da una cultura impregnata da un approccio tecno-scientifico, ho sempre avuto difficoltà nell’accettare l’intera visione. Vorrei, però, precisare alcune questioni, perché altrimenti continuiamo a non capire il punto centrale della questione. Capisco la tua volontà nel tradurre in esperimento scientifico le prassi biodinamiche. Si può fare e si sta facendo. Le proprietà del cornoletame sono state ricordate, così come a chi si poneva domande sul preparato 501 (corno silicio) vorrei ricordare che le proprietà del silicio come conduttore sono riconosciute anche dalla scienza, e l’effetto altro non è se non quello di potenziare la fotosintesi (come fosse un microscopico pannello solare)… Ma non è questo il punto. Oggi molti fanno biodinamica in questo modo. Applicandone alcuni principi all’interno di una normale agricoltura biologica. Il fatto è che in questo modo si perde completamente il senso originario steineriano che era quello di una critica alla moderna scienza. La biodinamica non si può capire pienamente prescindendo dalla filosofia in cui nasce: il riferimento è Goethe e non Cartesio. Dunque la natura non viene conosciuta con la ragione da un soggetto che è fuori da essa ed applica un sistema scientifico (positivismo) ma viene percepita con lo spirito da un soggetto che è parte di essa (romanticismo). Dunque non si fa riferimento a scale numeriche quantitative ma a ispirazioni e sensibilità qualitative. C’è un libro che ti consiglio: “Impulsi scientifico-spirituali per il progresso della agricoltura” di Steiner, edito dalla Editirce Antroposofica. E’ una lettura complessa ma interessante per capire l’approccio totalmente differente alla ricerca. Oggi la biodinamica si è molto evoluta ma continuo a pensare che l’intuizione originaria sia potentissima, soprattutto alla luce dei molti fallimenti della moderna scienza. Vedi, il rischio di una confusione fra due approcci filosofici e culturali differenti è che succeda come con certa omeopatia: che a forza di inglobare l’alternativo dentro al sistema si finisca col trovare al Consorzio Agrario una boccettina di cornoletame con un bel marchio stampato in etichetta. Per carità, meglio che trovare i sacchi di nitrati: ma la spiegazione del mondo tramite la poesia e l’intuizione è certamente cosa ben più affascinante.

    corrado dottori on giugno 4, 2009 09:02
  21. @Corrado. Non era mia intenzione ficcarti in una categoria indesiderata, ho fatto solo riferimento al fatto che, come tu stesso ribadisci ora, c’e’ chi intende avvicinarsi alla coltivazione della vite e alla produzione di vino con un approccio non scientifico. Nulla di male, ognuno ha le sue convinzioni e visioni. Per me il metodo scientifico invece rimane importante per spiegare i fenomeni naturali. Tu per es mi dici: il silicio funziona come conduttore e quindi aiuta la fotosintesi. E io chiedo, c’e’ qualche dato scientifico che lo prova? E’ stata fatto fatto uno studio che dimostra che la capacita’ fotosintetica viene incrementata di x % con l’uso di silicio in varie forme? Se si, allora e’ interessante per me, se no (cioe’ se si dimostra che non ha effetto), lo trovo inutile. Se invece nessuno l’ha studiato, e qui in fin dei conti sta il succo del discorso, mi domando “perche?“.
    Bada bene che il mio non e’ affatto un tentativo di spiegare la biodinamica, o peggio ancora divertirmi a confutarla, per mezzo del metodo scientifico. Il mio discorso e’ questo: siccome alcuni vini mi interessano e mi piacciono, alcuni risultati sono evidenti, ci deve essere una spiegazione agronomica e scientifica che vorrei trovare ed isolare ed usare, senza doverla accompagnare a una visione ideologica dell’agricoltura e della produzione di vino che non mi appartiene, che non mi interessa, e che non sari capace di applicare per come viene proposta.
    La fertilita’ del terreno e’ quel che e’, quello mi interessa, cosi come capire come portare una pianta in equlibrio perche’ produca qualita’ e rispecchi il territotio, il resto lo lascio volentieri a chi piace, senza critiche.

    Paglia on giugno 4, 2009 12:41
  22. ciao gianpaolo,
    di ritorno da genova ho trovato questo:
    http://www.infowine.com/default.asp?scheda=8101

    ti sembra poco?

    saluti
    armin

    armin on giugno 16, 2009 15:11
  23. Armin (e Gianpaolo, ça va sans dire),

    un altro discorso da approfondire sarebbe questo: http://www.vinidea.it/default.asp?scheda=1706&provenienza=3

    è un po’ che vorrei stimolare un “dibattito” sul tema, magari su vinix, in modo da coinvolgere più interlocutori, poi un po’ per gli impegni, un po’ per pigrizia continuo a rimandare.

    magari approfittando del periodo tranquillo ci riesco entro l’estate…

    giuliano boni

    giulo on giugno 16, 2009 19:00
  24. @Armin e Giulio. Molto interessante, sperando che si abbiano ricadute concrete per tutti. Benvenga il dibattito e proposte.
    C’è da dire che quella cantina sperimentale è frutto di un contratto di programma del 2002 (dove lo Stato da soldi ad imprese private che promettono di fare investimenti per creare posti di lavoro), inaugurata nel 2006, e ad oggi io non ho mai sentito niente, ne’ visto alcun risultato. Le cose sono due, o non ci sono stati, o se ci sono stati non sono stati divulgati, e direi che in entrambi i casi è un problema, visto che si tratta di fondi pubblici. Mi piacerebbe essere smentito e vedere moli di dati da cui poter prendere insegnamento.

    Paglia on giugno 16, 2009 23:22

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