Continuando nel tentativo di fare chiarezza (nella mia testa sopratutto) sui cosidetti vini “naturali”, mi sono imbattuto in alcune riflessioni interessanti, che segnalo di seguito:

Oenologic. Sul dibattito della trasparenza nel vino e su quello che andrebbe comunicato delle pratiche usate per farlo. Sostanzialmente si parla dell’incomunicabilita’ dei mondi del vino, da una parte i cosidetti non interventisti/integralisti, dall’altra gli industriali del vino, e in mezzo tutto quanto il resto, che non sa come gestire il problema a causa della paura di essere male interpretati da quella supernicchia di consumatori che sono sensibili a queste tematiche. Mi sorprende e mi fa pensare il ragionamento che dice come in realta’ alla maggior parte delle persone non puo’ fregare di meno se i lieviti sono aggiunti o sono autoctoni, tanto per fare un esempio, mentre i produttori sembrano paralizzati dalla paura di perdere quote di quel mercato, sovrasaturo di offerta, di quei pochi che sembrano molto sensibili (o iper sensibli) al problema.

Interessante anche come sia criticata la tipica risposta del produttore di fronte al non interventista totale, che tende ad essere una, quoto “reductio ad absurdum”, ovvero: “non esisterebbe vino senza l’intervento umano”. Qui riporto lo stralcio:

Whenever winemakers or wine drinkers start talking about “intervention” – a catch-all term for winemaking practices, but usually employed to mean only that subset of practices the speaker doesn’t like – the counter-argument comes, again, in the form of a game of counter-accusation and reductio ad absurdum. “Isn’t all winemaking intervention?” Well, yes, of course it is; wine can come into existence through absolute non-intervention (grapes and ambient yeast, a wound on one of the grapes sufficient to connect sugar to yeast and start fermentation, causing other grapes to split and add themselves to the fermentation, etc.), but it can’t end up in a container that way, and it isn’t anything one would want to drink if it could.

But no one who brings up intervention is arguing for that, and I doubt anyone ever has, so said response is more than a bit of a straw man. Advocates of the philosophy sometimes (perhaps unfortunately) called non-intervention don’t actually mean non-intervention, they mean less intervention, and even the hardliners only mean least-intervention. Not a recipe as rigid as any industrialist’s, but a mindset by which the preferred choice at a given stage in grape-growing or winemaking is not to “do something,” but to do as little as possible (with nothing as the philosophical ideal) in response to that choice. To claim a lack of difference between these practices and the free exercise of oenological wizardry is sophistry, and rather weak sophistry at that.

Tutto il post merita di essere letto, per gli spunti interessanti che offre..

31 days of natural wines. Ho appena cominciato a dargli un occhiata, ma mi sembra da tenere d’occhio. A volte estremo, ma riporta punti di vista diversi e articolati sull’argomento. Una chicca sulle pizze fatte con lievito naturale, fatto in casa!



≡ Category: Vino |3 Comments




3 Comments so far


  1. 31 days of natural wines stavo per consigliartelo anch’io. Sul dibattito che dire, che non sia già stato detto? che al mondo deve esserci posto per tutti gli…onesti, quelli veri. A me sta benissimo, e bevo volentieri, sia il vino del grande produttore da milioni di bottiglie, che per motivi di quantità e mercati è costretto a farlo con tutti gli accorgimenti tecnici ed enologici del caso, sia il vino del talebano della naturalità, coerente con la sua filosofia di non intervento da accettare di perdere il 94 per cento delle uve perchè attaccate da una peronospora che non ha voluto combattere con ausilii chimici per non inquinare l’ambiente. Quelli che non sopporto sono i furbetti a metà del guado: quelli che ti giurano che il loro vino viene proprio da quell’ettaro di vigna coltivato come un figlio, senza fargli nulla, e tu sai benissimo che da quell’ettaro miracoloso escono ogni anno centinaia di migliaia di bottiglie, sempre uguali, ogni anno via l’altro…
    Ecco cosa chiedono i consumatori “sensibili” ai produttori: onestà intellettuale. Nessuno intende giudicare nessuno, industriale o biodinamico, vanno bene entrambi. Purchè ci sia coerenza tra quello che affermano e quello che trovo nel bicchiere. E questa non sempre si verifica.

    Lizzy on luglio 19, 2009 11:54
  2. Molto interesssante, GPP. Grazie pler la segnalazione.

    Lizzy, hai scritto bene e giustamente. E quanto mi piace “talebaon del vino”! Mi ispiri a scrivere un post, forse tra gli ultimi, su mondosapore!

    Strappo on luglio 19, 2009 13:24
  3. Nulla da eccepire, da consumatore ed operatore. Studio con attenzione tutti i vini senza formalizzarmi troppo se provenienti da produttori classici o naturalisti diciamo così. Però mi permetto un piccolo appunto alla brava lizzy: non chiamare talebani i biodinamici , perchè è un termine un pò negativo… temo.
    Sarebbe come se chiamassimo il buon Giampaolo ( sono tuo ospite e quindi l’esempio è tutto tuo….) e gli altri produttori gli amici di Alì “il chimico”, tanto per rimanere in tema . Poi conoscendo alcuni biodinamici, quelli buoni intendo, ti assicuro che non sono affatto così radicali ed integralisti come il mondovino vuole per forza dipingerli. Poi è logico c’è chi froda vendendo il brunello addomesticato e chi il biodinamico finto come i soldi del monopoli.
    A dirla tutta proprio visto che a volte frequento i produttori biodinamici, devo ammettere che alcuni di loro hanno davvero ed ingiustificatamente la coda di paglia ( e qui ogni riferimento è del tutto casuale…) tanto da essere davvero quantomeno antipatici per non dire peggio. Scusate per questo commento poco tecnico ma ogni tanto la bischerata mi scappa proprio. saluti

    andrea on luglio 21, 2009 22:13

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